Parola di Giorgio Manganelli

Scritto da: il 22.06.10
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Un mio amico diceva: «è necessario scrivere, non è necessario pubblicare»; verità di un certo livello di profondità, che ritroviamo nel suo contrario, quello che sto vivendo: «è necessario pubblicare, non è necessario scrivere». A dimostrazione della fondatezza del mio assunto, mi permetterò di offrire al tipografo una riga inesistente:

come avete visto, la riga non c’è; a nessun titolo, neanche il più vago, essa è stata scritta; è una riga di nulla, e tuttavia è lunga esattamente quanto doveva essere lunga, ha un numero d’ordine nella pagina, mi avvicina alla conclusione della pagina. È una vera riga, non v’è dubbio; e pure, pur essendo stata pubblicata, non ha avuto bisogno di essere stata trascritta. Personalmente, considero quella riga bianca come l’unica riga dell’intero pezzo che sto scrivendo, l’unica che corrisponda con maniacale esattezza alla regola, alla legge di essere ‘pubblicata ma non scritta’. È una riga che pone molti ed ardui problemi di teoria della pubblicazione, e mi piacerebbe che da essa, da quella riga misteriosa e innocua, prendesse l’avvio una Retorica della Pubblicazione, o una Teoria del non-scrivere, o Princìpi finali della letteratura inesistente.

Via Paolo Nori, Giorgio Manganelli, in Tèchne nuova serie,19, Paian di Prato (UD), Campanotto 2010, p. 62

  • http://wdsucks.altervista.org/ Izzy

    Sì, vabbé, la questione del “scrivere, non pubblicare” l’avevo già detta io. Ci dovevo ficcare il copyright, cavolo! XD
    ***
    Il linguaggio ricercato da “acculturato che parla ad acculturati” rovina l’impatto della frase e fa perdere allo spezzone lo scopo che dovrebbe prefiggersi: far riflettere. Colpa mia, mi stanno sui maroni i professoroni.

  • http://wdsucks.altervista.org/ Izzy

    Sì, vabbé, la questione del “scrivere, non pubblicare” l’avevo già detta io. Ci dovevo ficcare il copyright, cavolo! XD
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    Il linguaggio ricercato da “acculturato che parla ad acculturati” rovina l’impatto della frase e fa perdere allo spezzone lo scopo che dovrebbe prefiggersi: far riflettere. Colpa mia, mi stanno sui maroni i professoroni.

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