L’ambientazione

Scritto da: il 13.03.09
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Tempo fa io e l’Elfo della compagnia abbiamo avuto uno scambio di opinioni sull’ambientazione dei romanzi. Io sostenevo la necessità di una scelta che sia narrativa e non estetica, lei difendeva la libertà assoluta di ambientazione. Ritengo che l’argomento sia molto interessante e che vada ripreso.

Come Tanit io leggo davvero di tutto. E con davvero intendo dire che leggo sia scritti molto belli sia scritti pessimi senza battere ciglio (certo, ogni tanto devo fare qualche seduta di psicanalisi, ma niente di preoccupante!). È anche vero che, quando ricevo scritti i cui personaggi si chiamano Elizabeth e Andrew comincio a sentire il tintinnio di invisibili campanelli d’allarme e leggo con maggiore attenzione.

Perché è lì che comincio a chiedermi per quale motivo i personaggi abbiano nomi stranieri e la città sia Las Vegas; e nove volte su dieci il motivo non riesco a ravvisarlo in nessun punto. Ora, si ha un bel parlare della multiculturalità, della capacità di descrivere luoghi anche immaginari, della libertà dello scrittore, ma quanto è credibile un romanzo scritto da un autore di Canicattì e mai uscito dalla Sicilia ambientato in California?

La risposta è “dipende”. Dipende proprio dalla capacità dell’autore di calarsi nell’ambientazione estera, di renderla parte inscindibile della narrazione. Il prossimo romanzo di Tanit è ambientato in Irlanda ed è necessario alla narrazione che sia così: non potrebbe essere traslato in nessun altro luogo al mondo, proprio per le sue particolari caratteristiche. Il primo è invece ambientato in Sicilia, ma dato che è una storia personale e universale potrebbe essere ambientato dappertutto in Italia, e forse anche in Europa.

Non c’è un criterio univoco, purtroppo, per capire se l’ambientazione sia giusta o sbagliata, apprezzabile o meno. Ma io uso un trucco, che vi regalo. Poniamo il caso che abbiate appena finito le vostre 300.000 battute di romanzo, di Carl e Lenny che negano il loro amore omosessuale (bene, con questo mi sono assicurata una denuncia per violazione di copyright) in una cittadina della provincia americana.

Adesso aprite un atlante… va bene anche google maps; puntate il dito o il mouse su una località italiana e stringete fino alla visualizzazione dei paesini. Diciamo che avete visualizzato il minuscolo Torre de’ Busi, poche anime. Ora sostituite tutte le occorrenze della vostra fantomatica Burlingtonville con Torre de’ Busi. Per quanto il nome vi stia antipatico se il testo funziona ancora avete appena scoperto che la vostra era una scelta estetica e non narrativa. E quindi siate consapevoli che non sarete troppo apprezzati per questo, anzi, non lo sarete affatto.

Se il testo diventa incomprensibile invece la vostra scelta è andata oltre il mero piacere di avere un nome anglofono che “fa più figo”, ma è entrata dentro la narrazione tanto da diventarne inscindibile. Ciò significa che siete stati in grado di descrivere bene non solo il luogo in sé ma anche il modo di viverlo, il modo di sentirlo e interpretarlo dei vari personaggi, in sostanza che avete fatto un buon lavoro.

Adesso aspetto che Elfo mi tiri le orecchie.

  • Elfo

    Eccomiiiiiiii!!!
    (*Elfo si appende a un’orecchio di Livia e fa l’altalena. Eh eh, scherzo! ;) )
    La questione così come l’hai posta è ineccepibile. Io, però, come sai, non vedo tutto questo male nel compiere una scelta del genere.
    Innanzi tutto, secondo me, molto dipende dal genere che si affronta: un libro di narrativa fantastica per esempio può essere ambientato in una inesistente Algalord nel continente di Oceania, così come in una altrettanto inesistente Burlingtonville, in Alabama. Non vedo alcuna differenza, SE l’autore ha l’accortezza di informarsi e DOCUMENTARSI sull’ambiente, la società e gli usi e costumi della nazione in cui ha deciso di ambientare la sua storia.Anzi, direi che la fatica è doppia (ho in mente, per esempio, “Ho freddo”, il romanzo che ho recensito pochi post fa, in cui Manfredi ha svolto un lavoro di ricerca che deve essere stato IMMANE).
    Inoltre, come dicevamo ieri, ho la sensazione che questa “limitazione” sia rivolta più verso l’America o l’Inghilterra e perciò lo interpreto un po’ come pregiudizio.
    E’ vero, siamo imbevuti di cultura da telefilm. Io, per lo meno, lo sono. Però anche questa fa parte di molti di noi e non vedo il motivo di rifiutarla a priori come “scelta di comodo”.
    Va bene, va bene, lo ammetto: il nome Seth mi piace più di Saverio, per il mio vampiro. T_T
    L’appeal del nome anglofono – lo devo ammettere – su di me fa presa. In tutto ciò non significa che non scriverei una storia ambientata in Italia, anzi, ne ho giusto in mente una…(pubblicità occulta..:P )

  • Elfo

    Eccomiiiiiiii!!!
    (*Elfo si appende a un’orecchio di Livia e fa l’altalena. Eh eh, scherzo! ;) )
    La questione così come l’hai posta è ineccepibile. Io, però, come sai, non vedo tutto questo male nel compiere una scelta del genere.
    Innanzi tutto, secondo me, molto dipende dal genere che si affronta: un libro di narrativa fantastica per esempio può essere ambientato in una inesistente Algalord nel continente di Oceania, così come in una altrettanto inesistente Burlingtonville, in Alabama. Non vedo alcuna differenza, SE l’autore ha l’accortezza di informarsi e DOCUMENTARSI sull’ambiente, la società e gli usi e costumi della nazione in cui ha deciso di ambientare la sua storia.Anzi, direi che la fatica è doppia (ho in mente, per esempio, “Ho freddo”, il romanzo che ho recensito pochi post fa, in cui Manfredi ha svolto un lavoro di ricerca che deve essere stato IMMANE).
    Inoltre, come dicevamo ieri, ho la sensazione che questa “limitazione” sia rivolta più verso l’America o l’Inghilterra e perciò lo interpreto un po’ come pregiudizio.
    E’ vero, siamo imbevuti di cultura da telefilm. Io, per lo meno, lo sono. Però anche questa fa parte di molti di noi e non vedo il motivo di rifiutarla a priori come “scelta di comodo”.
    Va bene, va bene, lo ammetto: il nome Seth mi piace più di Saverio, per il mio vampiro. T_T
    L’appeal del nome anglofono – lo devo ammettere – su di me fa presa. In tutto ciò non significa che non scriverei una storia ambientata in Italia, anzi, ne ho giusto in mente una…(pubblicità occulta..:P )

  • Elfo

    Ho anche scritto un orecchio con l’apostrofo. Vado a buttarmi giù dal palazzo…

  • Elfo

    Ho anche scritto un orecchio con l’apostrofo. Vado a buttarmi giù dal palazzo…

  • http://www.bosina.net Bosina

    Il venerabile Beda fu l’uomo più colto del suo tempo eppure non uscì mai dal monastero dove era entrato da bambino :-)

  • http://www.bosina.net Bosina

    Il venerabile Beda fu l’uomo più colto del suo tempo eppure non uscì mai dal monastero dove era entrato da bambino :-)

  • Daniele B.

    Che hai tu contro Torre de’ Busi, eh, spiegamelo un attimo… :-)

  • Daniele B.

    Che hai tu contro Torre de’ Busi, eh, spiegamelo un attimo… :-)

  • Daniele B.

    Okay, allora visto che hai ammesso in privato che Torre de’ Busi è figosa, allora ti posso stare ancora amico e tornare vagamente in topic: di questa faccenda ne ho parlato in breve su http://www.concorsi-letterari.it/consiglio-scrittura.asp?id=4.
    (Tra l’altro questo sito, che sarà operativo a breve, è un progetto molto interessante).

  • Daniele B.

    Okay, allora visto che hai ammesso in privato che Torre de’ Busi è figosa, allora ti posso stare ancora amico e tornare vagamente in topic: di questa faccenda ne ho parlato in breve su http://www.concorsi-letterari.it/consiglio-scrittura.asp?id=4.
    (Tra l’altro questo sito, che sarà operativo a breve, è un progetto molto interessante).

  • http://dabriatiann.splinder.com/ DabriaTiann

    L’ambientazione è una cosa importantissima a mio parere. E neanche tanto facile da gestire.
    A me piacerebbe scrivere qualcosa di ambientato a Torino ma mi sono resa conto che non è per niente facile. Ogni riga può nascondere l’insidia di cadere in contraddizione con la realtà dei fatti. Secondo me dipende da quanto è evidente. Cioè se è l’hai sparata grossa o meno. Il lettore secondo me te la fa passare e magari se la storia piace fa finta di niente. Ovvio che che Michael Jefferson e Jessica Moore nati a Calasetta da genitori italiani forse forse stonano un po’….

  • http://dabriatiann.splinder.com/ DabriaTiann

    L’ambientazione è una cosa importantissima a mio parere. E neanche tanto facile da gestire.
    A me piacerebbe scrivere qualcosa di ambientato a Torino ma mi sono resa conto che non è per niente facile. Ogni riga può nascondere l’insidia di cadere in contraddizione con la realtà dei fatti. Secondo me dipende da quanto è evidente. Cioè se è l’hai sparata grossa o meno. Il lettore secondo me te la fa passare e magari se la storia piace fa finta di niente. Ovvio che che Michael Jefferson e Jessica Moore nati a Calasetta da genitori italiani forse forse stonano un po’….

  • Noe

    @Daniele B.
    Ma sei ovunque!
    Comincerò a pensare che sia tu, la Melodia.
    :-p :-p :-p

    Sulla questione:
    la verità è che Livia appena vede nome anglofoni prende il pc e lo fa mangiare ai suoi cani!
    (è per questo che ogni volta che vado a casa sua ha un computer nuovo; è sempre per questo che i suoi cani hanno qualche problemino digestivo; ed è sempre per questo, infine, che i negozianti di pc le mandano manoscritti con nomi anglofoni).

    A parte gli scherzi.
    Un tempo quand’ero giovine e amavo il fantasy (non che io non lo ami più; ma non più in modo esclusivo)anch’io non potevo concepire un nome che non fosse anglofono o che, almeno, non fosse dissimile da tutti i nomi italiani.

    Adesso, devo dire che il nome italiano lo trovo spesso più caldo, familiare, quotidiano.
    E non mi dispiace affatto.
    Del resto, non chiamerei mai mio figlio/figlia con un nome anglofono. Perché farlo con un personaggio, se non richiesto dalla trama?

    In ogni caso, penso che l’ambientazione dipenda molto dalla capacità dell’autore di renderla.
    Nome anglofono+città americana non dà per forza ambientazione attinente.
    Nome italiano+città italiana non ha molto senso se poi il contesto è diverso.

    Per fare un po’ di sana pubblicità occulta a XII (e come può essere, se non oscura e occulta, la pubblicità a XII :-p)ho letto tempo fa “Abattoir”, nel quale ci sono racconti ambientati nei luoghi più svariati, Giappone compreso.
    Le ambientazioni sono state uno degli elementi che ho apprezzato di più, molto caratterizzate e caratterizzanti.

  • Noe

    @Daniele B.
    Ma sei ovunque!
    Comincerò a pensare che sia tu, la Melodia.
    :-p :-p :-p

    Sulla questione:
    la verità è che Livia appena vede nome anglofoni prende il pc e lo fa mangiare ai suoi cani!
    (è per questo che ogni volta che vado a casa sua ha un computer nuovo; è sempre per questo che i suoi cani hanno qualche problemino digestivo; ed è sempre per questo, infine, che i negozianti di pc le mandano manoscritti con nomi anglofoni).

    A parte gli scherzi.
    Un tempo quand’ero giovine e amavo il fantasy (non che io non lo ami più; ma non più in modo esclusivo)anch’io non potevo concepire un nome che non fosse anglofono o che, almeno, non fosse dissimile da tutti i nomi italiani.

    Adesso, devo dire che il nome italiano lo trovo spesso più caldo, familiare, quotidiano.
    E non mi dispiace affatto.
    Del resto, non chiamerei mai mio figlio/figlia con un nome anglofono. Perché farlo con un personaggio, se non richiesto dalla trama?

    In ogni caso, penso che l’ambientazione dipenda molto dalla capacità dell’autore di renderla.
    Nome anglofono+città americana non dà per forza ambientazione attinente.
    Nome italiano+città italiana non ha molto senso se poi il contesto è diverso.

    Per fare un po’ di sana pubblicità occulta a XII (e come può essere, se non oscura e occulta, la pubblicità a XII :-p)ho letto tempo fa “Abattoir”, nel quale ci sono racconti ambientati nei luoghi più svariati, Giappone compreso.
    Le ambientazioni sono state uno degli elementi che ho apprezzato di più, molto caratterizzate e caratterizzanti.

  • Daniele B.

    @ Noe:
    L’esempio di Abattoir è proprio azzeccato, perché si torna proprio a quello che diceva Livia: il racconto di Ian Delacroix ambientato in Giappone (“Silenzio Lunare”) non avrebbe potuto essere ambientato altrimenti – un po’ come una space opera dovrebbe essere ambientata nello spazio o in un romanzo di pirati qualche viaggiuccio in nave ci va.
    In quel caso è il set stesso che diventa protagonista, che va a costruire l’atmosfera e il senso stesso del racconto. Allo stesso modo i suoi personaggi non hanno semplicemente nomi giapponesi, ma sono giapponesi nel modo di pensare, negli atteggiamenti, e così via.
    Personaggi simili in un contesto italiano sarebbero stati impossibili.
    Ovviamente – e lo so per certo perché Ian lo conosco bene – in quel caso l’autore ha fatto un grande, grande lavoro di ricerca e documentazione, e si avvalso anche della consulenza di persone che in Giappone ci hanno vissuto.
    Io stesso sto lavorando a una cosa ambientata a Hong Kong, ma, in primo luogo, ci sto lavorando insieme a un autore che vive in Cina da anni, e in secondo luogo è una storia incentrata su tradizioni buddiste e induiste, sulle nuove tecnologie e su altre cose che hanno il loro “teatro” naturale lì e solo lì.

    Sempre per tornare a Livia, è sacrosanto quando dice che ci sono storie che richiedono una certa ambientazione (esotica o meno) e altre che invece sono “neutre” da quel punto di vista.
    Ciò che è importante è non appiccicare un’ambientazione straniera su un racconto che non la richiede in maniera gratuita.

    Mannaggia quanto blatero.

  • Daniele B.

    @ Noe:
    L’esempio di Abattoir è proprio azzeccato, perché si torna proprio a quello che diceva Livia: il racconto di Ian Delacroix ambientato in Giappone (“Silenzio Lunare”) non avrebbe potuto essere ambientato altrimenti – un po’ come una space opera dovrebbe essere ambientata nello spazio o in un romanzo di pirati qualche viaggiuccio in nave ci va.
    In quel caso è il set stesso che diventa protagonista, che va a costruire l’atmosfera e il senso stesso del racconto. Allo stesso modo i suoi personaggi non hanno semplicemente nomi giapponesi, ma sono giapponesi nel modo di pensare, negli atteggiamenti, e così via.
    Personaggi simili in un contesto italiano sarebbero stati impossibili.
    Ovviamente – e lo so per certo perché Ian lo conosco bene – in quel caso l’autore ha fatto un grande, grande lavoro di ricerca e documentazione, e si avvalso anche della consulenza di persone che in Giappone ci hanno vissuto.
    Io stesso sto lavorando a una cosa ambientata a Hong Kong, ma, in primo luogo, ci sto lavorando insieme a un autore che vive in Cina da anni, e in secondo luogo è una storia incentrata su tradizioni buddiste e induiste, sulle nuove tecnologie e su altre cose che hanno il loro “teatro” naturale lì e solo lì.

    Sempre per tornare a Livia, è sacrosanto quando dice che ci sono storie che richiedono una certa ambientazione (esotica o meno) e altre che invece sono “neutre” da quel punto di vista.
    Ciò che è importante è non appiccicare un’ambientazione straniera su un racconto che non la richiede in maniera gratuita.

    Mannaggia quanto blatero.

  • Elfo

    Ok, ma se una storia è neutra ed è buona perchè buttarla via “solo” perchè è ambientata in America? (NB: ho scritto SE E’ BUONA)
    PS: mi spiace per i cagnolini di Livia.
    *Elfo allunga un digestivo antonetto sperando che coi cani funzioni*

  • Elfo

    Ok, ma se una storia è neutra ed è buona perchè buttarla via “solo” perchè è ambientata in America? (NB: ho scritto SE E’ BUONA)
    PS: mi spiace per i cagnolini di Livia.
    *Elfo allunga un digestivo antonetto sperando che coi cani funzioni*

  • http://www.graphe.it/GM Roberto

    Concordo con Livia. Ho un po’ l’allergia ai testi ambientati in USA. Pare che i grandi sentimenti (siano essi positivi o negativi) possano esistere solo in “America” e gli intrighi internazionali debbano per forza passare per il Vaticano!
    Stiamo valutando un romanzo interessante, ma l’autrice, oltre ad ambientarlo vicino ad un lago americano (e certo, perché da noi non ci sono laghi…) mette in scena una serie di personaggi con nomi impronunciabili, tra cui Riche Maori e Jason Riche che a volte chiama con il nome e altre con il cognome. Così non si capisce mai di che “Riche” stia parlando!
    Per me non è un principio generale, certo, ma se un romanzo è ambientato all’estero (senza motivazione) perde già parecchie possibilità di essere pubblicato dalla mia casa editrice…

  • http://www.graphe.it/GM Roberto

    Concordo con Livia. Ho un po’ l’allergia ai testi ambientati in USA. Pare che i grandi sentimenti (siano essi positivi o negativi) possano esistere solo in “America” e gli intrighi internazionali debbano per forza passare per il Vaticano!
    Stiamo valutando un romanzo interessante, ma l’autrice, oltre ad ambientarlo vicino ad un lago americano (e certo, perché da noi non ci sono laghi…) mette in scena una serie di personaggi con nomi impronunciabili, tra cui Riche Maori e Jason Riche che a volte chiama con il nome e altre con il cognome. Così non si capisce mai di che “Riche” stia parlando!
    Per me non è un principio generale, certo, ma se un romanzo è ambientato all’estero (senza motivazione) perde già parecchie possibilità di essere pubblicato dalla mia casa editrice…

  • Elfo

    Lo chiedo anche a te (senza voler minimamente accendere i toni, sia chiaro): è solo una “questione americana”? Se io ambiento il mio racconto in Finlandia e chiamo Janne il protagonista anzichè Giovanni o John ho più possibilità di essere pubblicata? Non corro forse gli stessi rischi di scarsa credibilità? Ma, se così è, allora dovrei scrivere solo del mio paesino ligure. Mi sembra un po’ limitante. :(

  • Elfo

    Lo chiedo anche a te (senza voler minimamente accendere i toni, sia chiaro): è solo una “questione americana”? Se io ambiento il mio racconto in Finlandia e chiamo Janne il protagonista anzichè Giovanni o John ho più possibilità di essere pubblicata? Non corro forse gli stessi rischi di scarsa credibilità? Ma, se così è, allora dovrei scrivere solo del mio paesino ligure. Mi sembra un po’ limitante. :(

  • http://www.aisara.eu Francesca

    Ciao a tutti. Leggendo l’immagine di Livia che al nome anglofono getta il pc ai suoi cani, non ho potuto fare a meno di ricordare il raptus che mi prende quando leggo manoscritti ambientati in Sardegna (tanti, dato che faccio lo stesso lavoro di Livia ma lo faccio nell’altra isola) i cui personaggi si chiamano come minimo Perdu, Antine, Badore, Mariantiòga. Io non ho cani, e ho uno spiccato senso dell’ecologia, quindi tutto ciò che mi vien voglia di fare è mandare a riciclare quella carta che mi trovo in mano. Ma se poi a parte i nomi il romanzo è interessante e ben scritto, allora faccio notare all’autore che il suo scritto è ambientato negli anni 2000 e che nessuna bambina nata dopo il 1970 si chiamerà mai Mariantiòga e che quindi provvederò a usare l’opzione Trova-Sostituisci per far sì che Antine diventi Costantino e Badore, Salvatore.
    Tutto ciò per dire che l’esotismo è anche verso sé stessi (nel caso di cui sopra) e che secondo me Livia non intendeva dire che uno di Gela deve per forza scrivere di Gela, ma che se decide di scrivere di Seattle che lo faccia bene, e non si senta in grado di farlo solo perché ha visto 2 o 30 film ambientati lì.
    E non ditemi che Salgari non ha mai viaggiato eppure… Se mi arriva un inedito scritto come sapeva fare Salgari, i personaggi li può chiamare pure Ho-Chin-Chan che non me ne importa niente.

  • http://www.aisara.eu Francesca

    Ciao a tutti. Leggendo l’immagine di Livia che al nome anglofono getta il pc ai suoi cani, non ho potuto fare a meno di ricordare il raptus che mi prende quando leggo manoscritti ambientati in Sardegna (tanti, dato che faccio lo stesso lavoro di Livia ma lo faccio nell’altra isola) i cui personaggi si chiamano come minimo Perdu, Antine, Badore, Mariantiòga. Io non ho cani, e ho uno spiccato senso dell’ecologia, quindi tutto ciò che mi vien voglia di fare è mandare a riciclare quella carta che mi trovo in mano. Ma se poi a parte i nomi il romanzo è interessante e ben scritto, allora faccio notare all’autore che il suo scritto è ambientato negli anni 2000 e che nessuna bambina nata dopo il 1970 si chiamerà mai Mariantiòga e che quindi provvederò a usare l’opzione Trova-Sostituisci per far sì che Antine diventi Costantino e Badore, Salvatore.
    Tutto ciò per dire che l’esotismo è anche verso sé stessi (nel caso di cui sopra) e che secondo me Livia non intendeva dire che uno di Gela deve per forza scrivere di Gela, ma che se decide di scrivere di Seattle che lo faccia bene, e non si senta in grado di farlo solo perché ha visto 2 o 30 film ambientati lì.
    E non ditemi che Salgari non ha mai viaggiato eppure… Se mi arriva un inedito scritto come sapeva fare Salgari, i personaggi li può chiamare pure Ho-Chin-Chan che non me ne importa niente.

  • http://www.graphe.it/GM Roberto

    @Elfo: il problema, per me, non è America o Finlandia o Papua Nuova Guinea. Si può ambientare in ogni luogo a patto di farlo bene. Purtroppo spesso noto che i romanzi, per essere veri, devono essere ambientati in America… Ma chi l’ha detto? Poi, come giustamente fa osservare Daniela B., non puoi ambientare un romanzo a New York e far prendere il caffè con l moka… E di questi errori ce ne sono molti. Si parli di quel che si conosce. Ma perché, un omicidio avvenuto in un paesino ligure – per riprendere le tue parole – è meno grave di uno avvenuto a Los Angeles? Se ci sono motivazioni valide, che ben venga Los Angeles e tutti gli USA. Ma se dev’essere più figo, allora sta bene pure Montecarotto (per citare l’ultimo romanzo di Nicola Lecca, Il corpo odiato)

  • http://www.graphe.it/GM Roberto

    @Elfo: il problema, per me, non è America o Finlandia o Papua Nuova Guinea. Si può ambientare in ogni luogo a patto di farlo bene. Purtroppo spesso noto che i romanzi, per essere veri, devono essere ambientati in America… Ma chi l’ha detto? Poi, come giustamente fa osservare Daniela B., non puoi ambientare un romanzo a New York e far prendere il caffè con l moka… E di questi errori ce ne sono molti. Si parli di quel che si conosce. Ma perché, un omicidio avvenuto in un paesino ligure – per riprendere le tue parole – è meno grave di uno avvenuto a Los Angeles? Se ci sono motivazioni valide, che ben venga Los Angeles e tutti gli USA. Ma se dev’essere più figo, allora sta bene pure Montecarotto (per citare l’ultimo romanzo di Nicola Lecca, Il corpo odiato)

  • Elfo

    Si può ambientare in ogni luogo a patto di farlo bene.

    Se dici così siamo d’accordo.
    Quello che mi pare di capire, però, è che l’ambientazione estera venga “discriminata” a prescindere (ti prego, passami il termine, anche se è inadeguato parlare di discriminazione). Su questo punto mi trovi perplessa: se uno fa bere il caffè con la moka a Los Angeles non è stato capace di ricreare l’ambientazione, quindi il testo potrebbe non essere valido, ma non tutti fanno bere il caffè con la moka a Los Angeles, dai.
    Io posso capire che voi, per lavoro, vi troviate davanti a veri e propri strafalcioni di ogni tipo, perciò non insisto oltre: possibile però che non ci sia proprio nessuno che scriva qualcosa di valido anche se il suo protagonista i chiama John? :P

  • Elfo

    Si può ambientare in ogni luogo a patto di farlo bene.

    Se dici così siamo d’accordo.
    Quello che mi pare di capire, però, è che l’ambientazione estera venga “discriminata” a prescindere (ti prego, passami il termine, anche se è inadeguato parlare di discriminazione). Su questo punto mi trovi perplessa: se uno fa bere il caffè con la moka a Los Angeles non è stato capace di ricreare l’ambientazione, quindi il testo potrebbe non essere valido, ma non tutti fanno bere il caffè con la moka a Los Angeles, dai.
    Io posso capire che voi, per lavoro, vi troviate davanti a veri e propri strafalcioni di ogni tipo, perciò non insisto oltre: possibile però che non ci sia proprio nessuno che scriva qualcosa di valido anche se il suo protagonista i chiama John? :P

  • Daniele B.

    @ Elfo:
    Ciao, scusa se non ho risposto prima.
    Riguardo quello che chiedevi: “se la storia è buona allora si butta via solo perché è ambientata in USA?”.
    In sostanza ha risposto Francesca qui sopra: trova-sostituisci è un mezzo rapido e indolore. :-)
    A parte gli scherzi. Una storia buona non si butta via assolutamente; d’altra parte è assai difficile che una storia non si possa migliorare lavorandoci sopra, o che non abbia difetti.
    Una storia neutra, valida, ma con nomi USA “inutili” sarebbe semplicemente una storia che può essere migliorata con semplici modifiche.
    Modifiche che vengono discusse e apportate in fase di editing, com’è ovvio. Per sua natura, infatti, una storia come quelle che abbiamo definito “neutre” non subisce alcuna penalizzazione spostandola da Kansas City a Bologna, ma ne potrebbe guadagnare soltanto se magari l’autore conosce Bologna e quindi riesce a inserire qualche dettaglio che la faccia sentire più “vera” al lettore. E spesso si tratta davvero di piccole cose.

    Per quanto riguarda la Finlandia piuttosto che l’USA, be’, il problema di inflazione c’è senz’altro – e senz’altro una storia finlandese suona – di primo acchito – meno potenzialmente banale di una USA (scritta da un non-americano). Ma come c’è per ogni altro aspetto della narrativa, non parliamo solo di ambientazione. Per esempio se mi dici che hai scritto un romanzo in cui gli elfi buoni lottano contro gli orchetti cattivi guidati da un potente stregone, ecco, di primo acchito io penso che probabilmente non è un mostro di originalità :) – magari sbagliandomi, sia ben chiaro. Ma nella marasma di dattiloscritti che un editore riceve le prime impressioni purtroppo contano. Così come conta la prima impressione del lettore che può scegliere tra una caterva di pubblicazioni.

    Poi è chiaro che anche l’ambientazione finlandese dovrebbe essere giustificata e ben documentata. Per esempio: volevi un’atmosfera con vasti spazi semideserti, freddo, un cielo blu scuro e poca luce – perché questa è l’atmosfera giusta per il tuo romanzo, è il suo scenario, quello che permette di esprimere meglio il suo mood: allora perfetto metterlo in scena in Finlandia! Certo non potresti farlo svolgere a Catania… :D

    Chiaro che poi alcune storie *richiedono* un’ambientazione USA. E qui il problema non si pone: qualcuno criticherebbe i film di Sergio Leone perché li ha ambientati in America? E dove poteva metterli quei poveri pistoleri, a Brescia?

    Infine, nel caso di un fantasy utopico/ucronico, come nel caso di Tolkien, anche lì la scelta dell’ambientazione non è assolutamente superficiale (preferisco a “estetica” usato da Livia, visto che… be’, è lungo): tutt’altro, lì l’ambientazione è fondante. E’ ben diverso da quello che fanno molti autori di fantasy contemporaneo o molti emuli di Tolkien, ovvero dire “la storia si svolge nel continente di Kolobraz nel mondo di Radarrog”. E poi riciclare sostanzialmente il mondo creato da Tolkien o altri grandi del fantasy. Oppure descrivere mondi spogli e senza particolari caratteristiche: in quel caso si tratta soltanto di *nomi*, flatus vocis senza alcun contenuto.
    Quindi puoi benissimo ambientare la storia a Agalord nel continente di Oceania, a patto che questa città e questi continenti siano frutto di un lavoro di subcreazione tale da concedere loro una natura ben definita, un’identità, caratteristiche ben precise. E’ un lavoro davvero grosso, che qualcuno per fortuna fa ancora. Nessun editore vedrebbe mai come negativa l’ambientazione esotica ben documentata – sia essa un luogo esistente o meno, la documentazione è ugualmente necessaria; solo che nel secondo caso si tratta di una documentazione inventata!

  • Daniele B.

    @ Elfo:
    Ciao, scusa se non ho risposto prima.
    Riguardo quello che chiedevi: “se la storia è buona allora si butta via solo perché è ambientata in USA?”.
    In sostanza ha risposto Francesca qui sopra: trova-sostituisci è un mezzo rapido e indolore. :-)
    A parte gli scherzi. Una storia buona non si butta via assolutamente; d’altra parte è assai difficile che una storia non si possa migliorare lavorandoci sopra, o che non abbia difetti.
    Una storia neutra, valida, ma con nomi USA “inutili” sarebbe semplicemente una storia che può essere migliorata con semplici modifiche.
    Modifiche che vengono discusse e apportate in fase di editing, com’è ovvio. Per sua natura, infatti, una storia come quelle che abbiamo definito “neutre” non subisce alcuna penalizzazione spostandola da Kansas City a Bologna, ma ne potrebbe guadagnare soltanto se magari l’autore conosce Bologna e quindi riesce a inserire qualche dettaglio che la faccia sentire più “vera” al lettore. E spesso si tratta davvero di piccole cose.

    Per quanto riguarda la Finlandia piuttosto che l’USA, be’, il problema di inflazione c’è senz’altro – e senz’altro una storia finlandese suona – di primo acchito – meno potenzialmente banale di una USA (scritta da un non-americano). Ma come c’è per ogni altro aspetto della narrativa, non parliamo solo di ambientazione. Per esempio se mi dici che hai scritto un romanzo in cui gli elfi buoni lottano contro gli orchetti cattivi guidati da un potente stregone, ecco, di primo acchito io penso che probabilmente non è un mostro di originalità :) – magari sbagliandomi, sia ben chiaro. Ma nella marasma di dattiloscritti che un editore riceve le prime impressioni purtroppo contano. Così come conta la prima impressione del lettore che può scegliere tra una caterva di pubblicazioni.

    Poi è chiaro che anche l’ambientazione finlandese dovrebbe essere giustificata e ben documentata. Per esempio: volevi un’atmosfera con vasti spazi semideserti, freddo, un cielo blu scuro e poca luce – perché questa è l’atmosfera giusta per il tuo romanzo, è il suo scenario, quello che permette di esprimere meglio il suo mood: allora perfetto metterlo in scena in Finlandia! Certo non potresti farlo svolgere a Catania… :D

    Chiaro che poi alcune storie *richiedono* un’ambientazione USA. E qui il problema non si pone: qualcuno criticherebbe i film di Sergio Leone perché li ha ambientati in America? E dove poteva metterli quei poveri pistoleri, a Brescia?

    Infine, nel caso di un fantasy utopico/ucronico, come nel caso di Tolkien, anche lì la scelta dell’ambientazione non è assolutamente superficiale (preferisco a “estetica” usato da Livia, visto che… be’, è lungo): tutt’altro, lì l’ambientazione è fondante. E’ ben diverso da quello che fanno molti autori di fantasy contemporaneo o molti emuli di Tolkien, ovvero dire “la storia si svolge nel continente di Kolobraz nel mondo di Radarrog”. E poi riciclare sostanzialmente il mondo creato da Tolkien o altri grandi del fantasy. Oppure descrivere mondi spogli e senza particolari caratteristiche: in quel caso si tratta soltanto di *nomi*, flatus vocis senza alcun contenuto.
    Quindi puoi benissimo ambientare la storia a Agalord nel continente di Oceania, a patto che questa città e questi continenti siano frutto di un lavoro di subcreazione tale da concedere loro una natura ben definita, un’identità, caratteristiche ben precise. E’ un lavoro davvero grosso, che qualcuno per fortuna fa ancora. Nessun editore vedrebbe mai come negativa l’ambientazione esotica ben documentata – sia essa un luogo esistente o meno, la documentazione è ugualmente necessaria; solo che nel secondo caso si tratta di una documentazione inventata!

  • http://www.graphe.it/GM Roberto

    Elfo, ti posso passare tutti i nomi ma non John! :D Scherzi a parte, quello della moka era un esempio, ovviamente. Senza dubbio ci sono testi validissimi ambientati in “America” (intendasi USA). Come per Livia, per me è un campanellino d’allarme quando l’ambientazione è estera: significa che devo stare più attento nel valutare… :)

  • http://www.graphe.it/GM Roberto

    Elfo, ti posso passare tutti i nomi ma non John! :D Scherzi a parte, quello della moka era un esempio, ovviamente. Senza dubbio ci sono testi validissimi ambientati in “America” (intendasi USA). Come per Livia, per me è un campanellino d’allarme quando l’ambientazione è estera: significa che devo stare più attento nel valutare… :)

  • Elfo

    Ho capito dai. Chiamerò il mio vampiro Saverio. Seth fa troppo banale.

    ;)

  • Elfo

    Ho capito dai. Chiamerò il mio vampiro Saverio. Seth fa troppo banale.

    ;)

  • StarPlatinum

    Per me l’ambientazione deve essere totalmente libera. Certo dipende dal tipo di romanzo che si intende scrivere, ma per ciò che mi riguarda ho sviluppato un’idiosincrasia nei confronti di indicazioni topografiche troppo specifiche…”al Central Park era una giornata come tante altre, i vecchietti giocavano a zicchinetta aspettando l’uscita dei nipotini da scuola, mentre i numerosi macachi si contendevano una carta da gioco sottratta ad un vecchio giocatore…”

  • StarPlatinum

    Per me l’ambientazione deve essere totalmente libera. Certo dipende dal tipo di romanzo che si intende scrivere, ma per ciò che mi riguarda ho sviluppato un’idiosincrasia nei confronti di indicazioni topografiche troppo specifiche…”al Central Park era una giornata come tante altre, i vecchietti giocavano a zicchinetta aspettando l’uscita dei nipotini da scuola, mentre i numerosi macachi si contendevano una carta da gioco sottratta ad un vecchio giocatore…”

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Però tu, Starp, scrivi racconti surreali, quindi fa parte del tuo genere scardinare le ambientazioni…
    stai barando! :D

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Però tu, Starp, scrivi racconti surreali, quindi fa parte del tuo genere scardinare le ambientazioni…
    stai barando! :D

  • Elfo

    Sembro troppo ignorante se chiedo che cos’è la “zicchinetta”?

  • Elfo

    Sembro troppo ignorante se chiedo che cos’è la “zicchinetta”?

  • http://nisba lisa

    @ Francesca
    Mmmh, slurp che bella discussione!
    Prima di entrare nel merito voglio dire a mia discolpa che io ho abusato di ambientazione autoctona, ha ha. Marianneddha, Antoneddhu, e chi più ne ha più ne metta, sono la tendenza anti-esterofila che mi attizza notevolmente, Franceschina ne sa qualcosa… però, però, mentre noi discutiamo di Kevin e compagnia e ambientiamo i nostri libri a Las Vegas che fa più figo; dall’altra parte dell’Atlantico usano ambientare le loro storie nelle nostre città d’arte: Roma, Venezia, Firenze e compagnia. Una famosissima scrittrice americana ha copiato- incollato il commissario Montalbano e lo ha dotato di
    deontologia anglosassone facendolo lavorare tra Piazza S Marco e il ponte di Rialto. Morale? Inversione di tendenza: parla come mangi.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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