Editoria 2.0 – Librai

Scritto da: il 28.04.09
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Quando si lavora in editoria la lista delle lamentazioni è infinita. Gli editori se la prendono con gli autori bizzosi (mea culpa), con i distributori rapaci (mea culpa), con i librai incapaci (mea culpa). Gli autori si arrabbiano con gli editori fannulloni, con i distributori incapaci e con i librai pigri. Potete continuare la lista all’infinito, cambiando gli aggettivi e i ruoli, ma alla fine il discorso è sempre quello: la filiera del libro è un gran caos, e ognuno pensa di conoscere tutto.

Dimenticavo: comunque ce l’hanno un po’ tutti con i lettori (la massa dei lettori), perché snobbano i piccoli editori, perché vogliono titoli irreperibili, perché non capiscono la genialità di una data opera. Presentandomi a volte in veste di editore e altre come “Liblog” mi ritrovo spesso a sorridere delle nostre reciproche cecità, del fatto che ognuno di noi cerchi di spostare un po’ più in là le cause dei problemi (dell’insuccesso, della crisi). Come se spingere la pattumiera nel giardino del vicino risolvesse il problema della sovrapproduzione di rifiuti.

Oggi vorrei esaminare le lamentazioni dei librai sul Web 2.0, per riequilibrare un po’ le cose, dato che ho già parlato (male) di loro in passato; prendo spunto da Liberi librai, un’associazione in fase progettuale, e Yabooks, un’idea di social network.

I primi rilanciano l’idea del protezionismo, di creare una legge che porti la percentuale di sconto a una misura standardizzata, che, insomma, riequilibri i piatti tra grande distribuzione organizzata (supermercati, ma anche grandi librerie di catena) e il libraio indipendente. I secondi invece hanno creato un vero pot-pourri editoriale, che comprende recensioni, librerie tradizionali e virtuali, selezione e pubblicazione di testi. Ovviamente io sono più a favore dei secondi che dei primi. Credo che il mestiere del libraio vada ripensato dalla base, come andrà a breve ripensato il mestiere dell’editore (in realtà è un processo già in atto).

Pensate a come staremmo se avessimo inserito leggi a tutela dei mestieri oggi scomparsi (o se ci comportassimo come i luddisti): avremmo solo abiti sartoriali e niente pret-a-porter, ad esempio. Tuttavia l’esistenza di negozi in cui comprare abiti confezionati  a prezzi più che accessibili non ha eliminato la sartoria, anzi: ha selezionato solo i migliori artigiani, che hanno ottenuto un riconoscimento sia economico sia in immagine per l’eccellenza del loro lavoro.

Ragionando in ottica protezionistica, invece del libro cartaceo, avremmo adesso un limitato numero di codici miniati l’anno, e la cultura, anche sul fronte librario, come appannaggio di pochi. Ben venga invece ogni tentativo di integrarsi con la dimensione digitale e social della comunicazione; da poco hanno iniziato a crearsi nuove figure, i personal reader, che fanno un po’ il lavoro di Liblog, e che sono un buon punto d’inizio.

Attualmente viviamo nel periodo storico della transizione tra un modo di fare e pensare l’editoria e un altro. Fra pochi anni ci dovremo confrontare con le prime generazioni di digital native, che non avranno confidenza con il libro stampato, non più di quanta ne abbiamo noi col codice miniato. Il libro è destinato a diventare un oggetto vintage, come il vinile, per soli amanti e collezionisti, per quanto sia una prospettiva che mi entusiasma poco.

La nuova prospettiva ha però dalla sua un grande vantaggio: l’erosione della Vanity Press, già iniziata con la nascita dei Pod, e contemporaneamente la drastica riduzione del volume di libri stampati, di cui una larghissima fetta non vende neppure una copia ma serve a occupare spazio in scaffale. Per gli editori che puntano alla qualità è un cambiamento auspicabile. Per tutti gli altri, librai inclusi, è una criticità: trovare un nuovo modo di concepire un lavoro che, magari, si fa da anni, non è semplice.

Ricollocarsi, cambiare il taglio che si dà al proprio mestiere, crearsi una propria nicchia; la vera concorrenza non sono le catene di librerie o i portali in cui le persone acquistano i libri con sconti altissimi, un libraio ha il valore aggiunto, rispetto a tutti gli altri, d’essere una persona, di avere memoria dei suoi clienti, di poter intrattenere una relazione personale. È un po’ in nuce quello che vuole fare Yabooks, anche se le buone idee lì si disperdono nel marasma della quantità di obiettivi fissati.

Dal mio punto di vista non bisogna proteggere il vecchio sistema, obsoleto nell’era del web 2.0; volendo vedere il web 2.0 come una grande glaciazione, gli adatti sopravviveranno e svilupperanno strategie evolutive, gli altri sono condannati all’estinzione. Bisogna quindi elaborare rapidamente una nuova strategia, o a limite farsi un bel piumino!

  • http://www.yabooksbeta.ning.com Hank

    Prima di tutto grazie. Per due motivi. Perchè ho conosciuto finalmente un blog eccellente, a cui mi sono iscritto e per avermi fatto riflettere. Sono l’ideatore di Yabooks. Grazie anche di “condividere” il progetto, e grazie di aver espresso un parere di “pout pourri” confusionario che potrebbe essere la causa di difficoltà nella realizzazione di yabooks, appunto.

    E’ vero, hai ragione, troppa carne al fuoco, e su questo stiamo ragionando…e siamo vicini ad una soluzione. Poichè yabooks è un progetto aperto a tutti invito a te e a tutti quello che lo riterranno, a partecipare con le proprie idee, suggerimenti, critiche. L’idea come dici, è condivisibile, anche dai librai meno “ottocenteschi”, con cui sto cercando di capire come trovare una forma di collaborazione. Le nostre sono aperte, specie per persone cosi.

    Ciao

  • http://www.yabooksbeta.ning.com Hank

    Prima di tutto grazie. Per due motivi. Perchè ho conosciuto finalmente un blog eccellente, a cui mi sono iscritto e per avermi fatto riflettere. Sono l’ideatore di Yabooks. Grazie anche di “condividere” il progetto, e grazie di aver espresso un parere di “pout pourri” confusionario che potrebbe essere la causa di difficoltà nella realizzazione di yabooks, appunto.

    E’ vero, hai ragione, troppa carne al fuoco, e su questo stiamo ragionando…e siamo vicini ad una soluzione. Poichè yabooks è un progetto aperto a tutti invito a te e a tutti quello che lo riterranno, a partecipare con le proprie idee, suggerimenti, critiche. L’idea come dici, è condivisibile, anche dai librai meno “ottocenteschi”, con cui sto cercando di capire come trovare una forma di collaborazione. Le nostre sono aperte, specie per persone cosi.

    Ciao

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Grazie per avermi corretto pot pourri, non m’ero nemmeno accorta di come l’avevo scritto (male)!
    Potresti chiarire il concetto cardine di yabooks in breve?

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Grazie per avermi corretto pot pourri, non m’ero nemmeno accorta di come l’avevo scritto (male)!
    Potresti chiarire il concetto cardine di yabooks in breve?

  • http://www.yabooksbeta.ning.com Hank

    @ Livia:

    Guarda che non sono certo che si scriva cosi!
    :-)

    Il concetto cardine te lo spiegherò molto volentieri, temo da lunedi poichè sto scappando.

    Se nel frattempo vuoi farmi domande specifiche sarà più facile per me poterti chiarire le cose

    Ciao!

  • http://www.yabooksbeta.ning.com Hank

    @ Livia:

    Guarda che non sono certo che si scriva cosi!
    :-)

    Il concetto cardine te lo spiegherò molto volentieri, temo da lunedi poichè sto scappando.

    Se nel frattempo vuoi farmi domande specifiche sarà più facile per me poterti chiarire le cose

    Ciao!

  • http://buoneletture.wordpress.com libreria atlantide

    Credere nelle potenzialità salvifiche del libero mercato in questo periodo storico, ma anche prima o dopo, mi sembra eccessivo.

    Certo, possiamo :
    Lasciare fallire le maggiori banche degli Stati Uniti e d’Inghilterra, complici eccellenti di un sistema che ha messo in ginocchio l’economia mondiale, dove l’ansia per il profitto rapido ha sostituito valori eticamente più sostenibili
    Abbandonare al proprio destino disoccupati e precari, confidando che il mercato si riprenderà, e che saranno capaci di sfruttare la crisi per guadagnare nuove competenze e specializzarsi
    Confidare che l’assenza di regole, o lo strapotere di gruppi sempre più grandi porti benefici per tutti, sostanziali (come nel caso delle multinazionali dell’agricoltura, capaci di condizionare i prezzi o di “brevettare” sementi) o qualitativi (come per la Tv italiana, o per l’editoria). Una lettura consigliata è Editori indipendenti e bibliodiversità, Gilles Colleu, edito FIDARE, Federazione italiana editori indipendenti: oltre alle riflessioni sui rapporti di forza tra grandi gruppi e piccoli editori, contiene anche una interessante analisi su quelli tra i colossi dell’editoria dei Paesi sviluppati nei confronti di quelli più fragili del Terzo Mondo. Pensate sia piacevole per gli editori africani (o quelli indiani, che proprio nella recente London Book Fair hanno protestato contro l’arrivo in massa dei colleghi Usa e Uk) dover competere con le tecnologie e l’esperienza dei gruppi europei? Pensate che i libri di testo “esportati” dal nostro continente a quelle realtà tengano conto dei diversi contesti, o che si adattino pienamente ad essi?

    Anche negli Stati Uniti i movimenti a favore delle piccole realtà si stanno moltiplicando (quelle dei librai – http://www.indiebound.org , e altre: http://amiba.net/http://www.livingeconomies.org/ ), frutto di una riflessione maturata anche prima della crisi, che va finalmente estendendosi.

    Partendo da questa premessa, ecco qualche argomento a favore delle piccole realtà.

    Comprare locale acquistare presso una grande catena

    I librai indipendenti Usa (i pochi sopravvissuti) hanno stilato un interessante raffronto,supportato da dati economici alla mano (non tutti possono essere estesi alla realtà italiana, la maggior parte sì), tra le conseguenze di un acquisto fatto in una piccola realtà locale nei confronti di una grande catena. I vantaggi sono molteplici, dalla sfera economica, a quella ambientale (meno imballaggi, trasporti inutili. . .) e sociale.

    http://www.indiebound.org/

    “Why shop Indie?

    When you shop at an independently owned business, your entire community benefits:
    The Economy

    * Spend $100 at a local and $68 of that stays in your community. Spend the same $100 at a national chain, and your community only sees $43.
    * Local businesses create higher-paying jobs for our neighbors.
    * More of your taxes are reinvested in your community–where they belong.

    The Environment

    * Buying local means less packaging, less transportation, and a smaller carbon footprint.
    * Shopping in a local business district means less infrastructure, less maintenance, and more money to beautify your community.

    The Community

    * Local retailers are your friends and neighbors—support them and they’ll support you.
    * Local businesses donate to charities at more than twice the rate of national chains.
    * More independents means more choice, more diversity, and a truly unique community.

    Now is the time to stand up and join your fellow individuals in the IndieBound mission supporting local businesses and celebrating independents.”

    Negli Usa le catene di grandi librerie sono in difficoltà rispetto a colossi ancora più grandi: WalMart, che si è lanciata nel business dei libri, vale migliaia di volte un Barnes & Noble, gigante locale. Walmart sarà interessata a tutelare l’esistenza di piccoli editori, a far pubblicare idee contrarie al proprio business? Avrò un progetto culturale che terrà conto della diversità? O si interesserà in primo luogo del profitto che trarrà dalla vendita dei prodotti nelle sue superfici, cercando in ogni modo di attrarre clienti nei suoi supermercati, per poi riempire loro i carrelli?

    Scrive Jack Zipes, esperto di letteratura per l’infanzia: ” Benchè ci sia un gran numero di editors intelligenti che si occupano dell’educazione dei ragazzi nell’industria editoriale, la loro influenza nella loro produzione dei libri è trascurabile perchè il fine ultimo di ogni libro è dato dal suo valore sul mercato…”. Purtroppo, in tante case editrici è ormai l’ufficio marketing che decide che tipo di libri va prodotto, mentre librerie come Barnes & Nobles, Borders, e supermarket come Wal Mart possono determinare il successo di un testo, a seconda di come venga posto in evidenza nei loro spazi. E se pensate che queste cose possano accadere solo negli Usa, guardate al successo di Firmino, Einaudi: pubblicità e media ne hanno parlato come di un testo imperdibile, ma il suo gradimento tra i lettori è veramente scarso. Oppure, controllate settimana dopo settimana gli ospiti di Fabio Fazio a Che tempo che fa. Annotate quanti piccoli editori trovano spazio, e quali grandi gruppi invece si ripresentano puntuali puntata dopo puntata.

    L’Unione Europea

    Il trattato sull’Unione europea, entrato in vigore il 1° novembre 1993, afferma che l’Unione rispetta la ricchezza della propria diversità culturale e linguistica e vigila sulla salvaguardia e sullo sviluppo del patrimonio culturale europeo. Sempre l’Unione stabilisce che su certe materie, come il prezzo dei libri, possano essere permesse azioni limitative della concorrenza, qualora si cerchi in tal modo di salvaguardare tale diversità.

    Diversi Paesi europei, Francia e Germania in primis, proibiscono gli sconti sul prezzo dei libri, proprio per permettere a piccoli editori e piccole librerie di resistere, contribuendo a salvaguardare la diversità culturale. (in Francia esistono anche altri aiuti strutturali per i piccoli,concessi dallo Stato, potete leggerli qui: http://www.centrenationaldulivre.fr/?-aide-aux-librair… )

    Libri di scarsa qualità
    Certo, i libri di scarsa qualità sono anche nelle piccole librerie, a meno che non siano specializzate. I successi commerciali, ad alto indice di rotazione, servono a bilanciare l’esistenza tra gli scaffali di testi qualitativamente migliori, ma con vendite più lente. Se chiedete a qualsiasi libraio, lo farete comunque più felice acquistando un libro di Jasper Fforde piuttosto che uno di Panariello, a meno che non sia parente dello stesso. Sempre in Francia, esistono fondi a disposizione per i librai per acquistare fondi tematici di opere come la poesia, o il teatro, importanti ma dal basso indice di rotazione ( http://www.centrenationaldulivre.fr/?subventions-aux-a… ).

    Lo Stato italiano
    Da circa vent’anni si parla di legge sul Libro, di interventi che siano in grado di aumentare i livelli di lettura nel Paese. Se ne parla ai convegni, o nelle interviste, da parte degli esponenti dello Stato. Niente è stato fatto finora, che siano al potere governi di destra o sinistra, se non una legge sul prezzo del libro che permette in realtà di fare quasi tutto. In compenso, quando la legge finanziaria taglia i fondi, la cultura non è certo salvaguardata…

    Purtroppo, in Italia tante librerie indipendenti non possono reggere la gara con le catene, con le proposte delle edicoli, con le offerte di supermercati o mediaworld vari, di chi può permettersi di usare i libri come prodotto civetta. Capisco che di questi tempi qualche euro in più in tasca possa fare comodo, però dobbiamo anche guardare ad un orizzonte più ampio, ad agire in maniera consapevole, etico, e che permetta anche uno sviluppo futuro, per noi e per chi verrà dopo. Vale per l’editoria, vale per gli altri settori. Credereste in un avvenire dominato dagli uffici marketing(nelle imprese, e anche in politica), dalla ricerca esasperata del profitto in ogni modo? E qui ci riallacciamo al tema iniziale di questa discussione, al fallimento di un sistema finanziario che ha portato al credit crunch.

    L’invito è quindi a cercare in ogni città la giusta libreria indipendente, il giusto libraio con cui interfacciarsi!

    Un saluto, buone letture

    Marco zirotti
    Libreria atlantide

  • http://buoneletture.wordpress.com libreria atlantide

    Credere nelle potenzialità salvifiche del libero mercato in questo periodo storico, ma anche prima o dopo, mi sembra eccessivo.

    Certo, possiamo :
    Lasciare fallire le maggiori banche degli Stati Uniti e d’Inghilterra, complici eccellenti di un sistema che ha messo in ginocchio l’economia mondiale, dove l’ansia per il profitto rapido ha sostituito valori eticamente più sostenibili
    Abbandonare al proprio destino disoccupati e precari, confidando che il mercato si riprenderà, e che saranno capaci di sfruttare la crisi per guadagnare nuove competenze e specializzarsi
    Confidare che l’assenza di regole, o lo strapotere di gruppi sempre più grandi porti benefici per tutti, sostanziali (come nel caso delle multinazionali dell’agricoltura, capaci di condizionare i prezzi o di “brevettare” sementi) o qualitativi (come per la Tv italiana, o per l’editoria). Una lettura consigliata è Editori indipendenti e bibliodiversità, Gilles Colleu, edito FIDARE, Federazione italiana editori indipendenti: oltre alle riflessioni sui rapporti di forza tra grandi gruppi e piccoli editori, contiene anche una interessante analisi su quelli tra i colossi dell’editoria dei Paesi sviluppati nei confronti di quelli più fragili del Terzo Mondo. Pensate sia piacevole per gli editori africani (o quelli indiani, che proprio nella recente London Book Fair hanno protestato contro l’arrivo in massa dei colleghi Usa e Uk) dover competere con le tecnologie e l’esperienza dei gruppi europei? Pensate che i libri di testo “esportati” dal nostro continente a quelle realtà tengano conto dei diversi contesti, o che si adattino pienamente ad essi?

    Anche negli Stati Uniti i movimenti a favore delle piccole realtà si stanno moltiplicando (quelle dei librai – http://www.indiebound.org , e altre: http://amiba.net/http://www.livingeconomies.org/ ), frutto di una riflessione maturata anche prima della crisi, che va finalmente estendendosi.

    Partendo da questa premessa, ecco qualche argomento a favore delle piccole realtà.

    Comprare locale \ acquistare presso una grande catena

    I librai indipendenti Usa (i pochi sopravvissuti) hanno stilato un interessante raffronto,supportato da dati economici alla mano (non tutti possono essere estesi alla realtà italiana, la maggior parte sì), tra le conseguenze di un acquisto fatto in una piccola realtà locale nei confronti di una grande catena. I vantaggi sono molteplici, dalla sfera economica, a quella ambientale (meno imballaggi, trasporti inutili. . .) e sociale.

    http://www.indiebound.org/

    “Why shop Indie?

    When you shop at an independently owned business, your entire community benefits:
    The Economy

    * Spend $100 at a local and $68 of that stays in your community. Spend the same $100 at a national chain, and your community only sees $43.
    * Local businesses create higher-paying jobs for our neighbors.
    * More of your taxes are reinvested in your community–where they belong.

    The Environment

    * Buying local means less packaging, less transportation, and a smaller carbon footprint.
    * Shopping in a local business district means less infrastructure, less maintenance, and more money to beautify your community.

    The Community

    * Local retailers are your friends and neighbors—support them and they’ll support you.
    * Local businesses donate to charities at more than twice the rate of national chains.
    * More independents means more choice, more diversity, and a truly unique community.

    Now is the time to stand up and join your fellow individuals in the IndieBound mission supporting local businesses and celebrating independents.”

    Negli Usa le catene di grandi librerie sono in difficoltà rispetto a colossi ancora più grandi: WalMart, che si è lanciata nel business dei libri, vale migliaia di volte un Barnes & Noble, gigante locale. Walmart sarà interessata a tutelare l’esistenza di piccoli editori, a far pubblicare idee contrarie al proprio business? Avrò un progetto culturale che terrà conto della diversità? O si interesserà in primo luogo del profitto che trarrà dalla vendita dei prodotti nelle sue superfici, cercando in ogni modo di attrarre clienti nei suoi supermercati, per poi riempire loro i carrelli?

    Scrive Jack Zipes, esperto di letteratura per l’infanzia: ” Benchè ci sia un gran numero di editors intelligenti che si occupano dell’educazione dei ragazzi nell’industria editoriale, la loro influenza nella loro produzione dei libri è trascurabile perchè il fine ultimo di ogni libro è dato dal suo valore sul mercato…”. Purtroppo, in tante case editrici è ormai l’ufficio marketing che decide che tipo di libri va prodotto, mentre librerie come Barnes & Nobles, Borders, e supermarket come Wal Mart possono determinare il successo di un testo, a seconda di come venga posto in evidenza nei loro spazi. E se pensate che queste cose possano accadere solo negli Usa, guardate al successo di Firmino, Einaudi: pubblicità e media ne hanno parlato come di un testo imperdibile, ma il suo gradimento tra i lettori è veramente scarso. Oppure, controllate settimana dopo settimana gli ospiti di Fabio Fazio a Che tempo che fa. Annotate quanti piccoli editori trovano spazio, e quali grandi gruppi invece si ripresentano puntuali puntata dopo puntata.

    L’Unione Europea

    Il trattato sull’Unione europea, entrato in vigore il 1° novembre 1993, afferma che l’Unione rispetta la ricchezza della propria diversità culturale e linguistica e vigila sulla salvaguardia e sullo sviluppo del patrimonio culturale europeo. Sempre l’Unione stabilisce che su certe materie, come il prezzo dei libri, possano essere permesse azioni limitative della concorrenza, qualora si cerchi in tal modo di salvaguardare tale diversità.

    Diversi Paesi europei, Francia e Germania in primis, proibiscono gli sconti sul prezzo dei libri, proprio per permettere a piccoli editori e piccole librerie di resistere, contribuendo a salvaguardare la diversità culturale. (in Francia esistono anche altri aiuti strutturali per i piccoli,concessi dallo Stato, potete leggerli qui: http://www.centrenationaldulivre.fr/?-aide-aux-librair… )

    Libri di scarsa qualità
    Certo, i libri di scarsa qualità sono anche nelle piccole librerie, a meno che non siano specializzate. I successi commerciali, ad alto indice di rotazione, servono a bilanciare l’esistenza tra gli scaffali di testi qualitativamente migliori, ma con vendite più lente. Se chiedete a qualsiasi libraio, lo farete comunque più felice acquistando un libro di Jasper Fforde piuttosto che uno di Panariello, a meno che non sia parente dello stesso. Sempre in Francia, esistono fondi a disposizione per i librai per acquistare fondi tematici di opere come la poesia, o il teatro, importanti ma dal basso indice di rotazione ( http://www.centrenationaldulivre.fr/?subventions-aux-a… ).

    Lo Stato italiano
    Da circa vent’anni si parla di legge sul Libro, di interventi che siano in grado di aumentare i livelli di lettura nel Paese. Se ne parla ai convegni, o nelle interviste, da parte degli esponenti dello Stato. Niente è stato fatto finora, che siano al potere governi di destra o sinistra, se non una legge sul prezzo del libro che permette in realtà di fare quasi tutto. In compenso, quando la legge finanziaria taglia i fondi, la cultura non è certo salvaguardata…

    Purtroppo, in Italia tante librerie indipendenti non possono reggere la gara con le catene, con le proposte delle edicoli, con le offerte di supermercati o mediaworld vari, di chi può permettersi di usare i libri come prodotto civetta. Capisco che di questi tempi qualche euro in più in tasca possa fare comodo, però dobbiamo anche guardare ad un orizzonte più ampio, ad agire in maniera consapevole, etico, e che permetta anche uno sviluppo futuro, per noi e per chi verrà dopo. Vale per l’editoria, vale per gli altri settori. Credereste in un avvenire dominato dagli uffici marketing(nelle imprese, e anche in politica), dalla ricerca esasperata del profitto in ogni modo? E qui ci riallacciamo al tema iniziale di questa discussione, al fallimento di un sistema finanziario che ha portato al credit crunch.

    L’invito è quindi a cercare in ogni città la giusta libreria indipendente, il giusto libraio con cui interfacciarsi!

    Un saluto, buone letture

    Marco zirotti
    Libreria atlantide

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Mi spiace che il suo intervento fosse finito in spam (non so se per la lunghezza o per i link al suo interno), perché è piacevole e molto equilibrato.
    Continuo però a non essere d’accordo sul protezionismo editoriale e a ritenere migliore una prospettiva di evoluzione della libreria classica.
    È proprio il concetto di gareggiare con la GDO per la vendita dell’oggetto libro che mi risulta inverosimile: nessun libraio indipendente potrà mai competere con una grande catena, pertanto deve offrire qualcosa di diverso.
    Ci tengo a rispondere ad alcuni passaggi (so che ne perderò molti):
    1 – Buying local means less packaging, less transportation, and a smaller carbon footprint.
    Comprare un libro a Catania da un indipendente significa andare alla libreria, ordinare un libro che viene spedito tramite un distributore nazionale, e che quindi fa gli stessi identici passaggi che per una grande catena. Con la differenza che la catena può ottimizzare gli invii e farsi spedire 100, 200, 300 libri in una sola volta, con una “smaller footprint”.
    2 – Spend $100 at a local and $68 of that stays in your community. Spend the same $100 at a national chain, and your community only sees $43.
    Spendere 100 euro in una libreria locale farà solo sì che 73 euro vadano a un distributore nazionale, che vanno ripartiti nel territorio italiano (editore, autore ecc…). Spendere 100 euro alla giunti, mondadori, einaudi significa che 65 euro vanno in giro per l’Italia, considerando che sono catene italiane. Non vedo la differenza.
    E poi: non so dove sia lei, ma qui nella città in cui vivo hanno più libri di editori indipendenti le grandi catene che i piccoli librai; il piccolo libraio deve piegarsi al grande editore per poter sopravvivere. La catena no, e può permettersi di spaziare e rischiare, tanto la sua sopravvivenza è garantita.
    Sulla legge per aumentare i livelli di lettura del paese posso solo dire che in una congiuntura economica del genere un protezionismo che elimini gli sconti e i prezzi di favore porterà secondo me ad una riduzione della lettura: c’è differenza a comprare con 50 euro 4 libri o 7.
    Comunque il cardine del mio discorso non è il libero mercato ma l’evoluzione e la creazione di una nuova nicchia lavorativa: il libraio indipendente deve reinventarsi, secondo me, per poter sopravvivere.

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Mi spiace che il suo intervento fosse finito in spam (non so se per la lunghezza o per i link al suo interno), perché è piacevole e molto equilibrato.
    Continuo però a non essere d’accordo sul protezionismo editoriale e a ritenere migliore una prospettiva di evoluzione della libreria classica.
    È proprio il concetto di gareggiare con la GDO per la vendita dell’oggetto libro che mi risulta inverosimile: nessun libraio indipendente potrà mai competere con una grande catena, pertanto deve offrire qualcosa di diverso.
    Ci tengo a rispondere ad alcuni passaggi (so che ne perderò molti):
    1 – Buying local means less packaging, less transportation, and a smaller carbon footprint.
    Comprare un libro a Catania da un indipendente significa andare alla libreria, ordinare un libro che viene spedito tramite un distributore nazionale, e che quindi fa gli stessi identici passaggi che per una grande catena. Con la differenza che la catena può ottimizzare gli invii e farsi spedire 100, 200, 300 libri in una sola volta, con una “smaller footprint”.
    2 – Spend $100 at a local and $68 of that stays in your community. Spend the same $100 at a national chain, and your community only sees $43.
    Spendere 100 euro in una libreria locale farà solo sì che 73 euro vadano a un distributore nazionale, che vanno ripartiti nel territorio italiano (editore, autore ecc…). Spendere 100 euro alla giunti, mondadori, einaudi significa che 65 euro vanno in giro per l’Italia, considerando che sono catene italiane. Non vedo la differenza.
    E poi: non so dove sia lei, ma qui nella città in cui vivo hanno più libri di editori indipendenti le grandi catene che i piccoli librai; il piccolo libraio deve piegarsi al grande editore per poter sopravvivere. La catena no, e può permettersi di spaziare e rischiare, tanto la sua sopravvivenza è garantita.
    Sulla legge per aumentare i livelli di lettura del paese posso solo dire che in una congiuntura economica del genere un protezionismo che elimini gli sconti e i prezzi di favore porterà secondo me ad una riduzione della lettura: c’è differenza a comprare con 50 euro 4 libri o 7.
    Comunque il cardine del mio discorso non è il libero mercato ma l’evoluzione e la creazione di una nuova nicchia lavorativa: il libraio indipendente deve reinventarsi, secondo me, per poter sopravvivere.

  • Romano Gobbi

    La Legge sul libro interpretata da Livia
    Ho letto con curiosità il suo articolo sulle “lamentazioni di questi librai” e posso capire perché lo sviluppo culturale in Italia contrariamente ad altre nazioni europee (Francia, Germania, Spagna, Portogallo Grecia ecc… – che hanno la Legge sul libro ed alle quali dovrebbe indirizzare i suoi strali) sia rimasto così arretrato.
    Dice che costoro “i librai” vogliono rilanciare il protezionismo: forse è protezionismo il prezzo fisso dei giornali, i cui editori ricevono consistenti contributi statali? Ma Lei da che parte sta, non è che sia fuoriuscita per conto di qualche editore visto che è stata lettrice all’interno di una casa editrice? E poi sa cosa significa protezionismo? Consulti prima un buon dizionario e non usi più questo termine a sproposito.
    Lei parla di leggi anacronistiche a tutela di mestieri scomparsi: magari ci fossero state queste leggi e i nostri politici fossero stati così lungimiranti; avremmo ancora qualche buon artigiano con capacità di lavoro appreso con anni di faticoso ma fruttuoso apprendistato che saprebbero veramente insegnare alle nuove leve contrariamente a certe grandi aziende sorrette da un’economia cartacea di cui ne subiamo i risultati; non avremmo come nel suo caso giornalisti che scrivono i propri articoli basandosi solo su informazioni ricevute via internet comodamente seduti e non alzando il sedere dalla poltrona per verificare “de visu” la veridicità dei propri articoli; quelli (giornalisti di un’epoca precedente) erano giornalisti che conoscevano grammatica e terminologia perché dovevano pedalare prima di esporre le loro idee e il pedalare è fatica.
    Per quanto riguarda i “luddisti” altro termine da Lei impropriamente usato, non credo possa essere “accreditato ai librai” che per il tipo di servizio esercitato a favore di categorie quali laureati o professionisti devono necessariamente proiettarsi in avanti nel campo della conoscenza. La morte del “libro cartaceo” cui Ella giustamente allude per l’immissione sul mercato di strumenti quali il “Kindle 2” preconizzata dal dossier Platino sarà deleteria per noi italiani poiché non avremo il supporto graduale maturato con le librerie che morranno prima di tale evento.
    Certo che bisogna evolversi – ci mancherebbe- ma l’evoluzione deve avere una logica “ non appiccicaticcia ma solida come quella naturale (natura non facit saltus) e scusi se da buon tradizionalista mi affido alla terminologia latina anziché a quella da Lei recitata.
    Non voglio erigermi a “pontificatore” ma un po’ di modestia se non di umiltà quando si entra in argomenti sconosciuti, sarebbe opportuna.

    Un libraio del gruppo.
    Romano Gobbi

  • Romano Gobbi

    La Legge sul libro interpretata da Livia
    Ho letto con curiosità il suo articolo sulle “lamentazioni di questi librai” e posso capire perché lo sviluppo culturale in Italia contrariamente ad altre nazioni europee (Francia, Germania, Spagna, Portogallo Grecia ecc… – che hanno la Legge sul libro ed alle quali dovrebbe indirizzare i suoi strali) sia rimasto così arretrato.
    Dice che costoro “i librai” vogliono rilanciare il protezionismo: forse è protezionismo il prezzo fisso dei giornali, i cui editori ricevono consistenti contributi statali? Ma Lei da che parte sta, non è che sia fuoriuscita per conto di qualche editore visto che è stata lettrice all’interno di una casa editrice? E poi sa cosa significa protezionismo? Consulti prima un buon dizionario e non usi più questo termine a sproposito.
    Lei parla di leggi anacronistiche a tutela di mestieri scomparsi: magari ci fossero state queste leggi e i nostri politici fossero stati così lungimiranti; avremmo ancora qualche buon artigiano con capacità di lavoro appreso con anni di faticoso ma fruttuoso apprendistato che saprebbero veramente insegnare alle nuove leve contrariamente a certe grandi aziende sorrette da un’economia cartacea di cui ne subiamo i risultati; non avremmo come nel suo caso giornalisti che scrivono i propri articoli basandosi solo su informazioni ricevute via internet comodamente seduti e non alzando il sedere dalla poltrona per verificare “de visu” la veridicità dei propri articoli; quelli (giornalisti di un’epoca precedente) erano giornalisti che conoscevano grammatica e terminologia perché dovevano pedalare prima di esporre le loro idee e il pedalare è fatica.
    Per quanto riguarda i “luddisti” altro termine da Lei impropriamente usato, non credo possa essere “accreditato ai librai” che per il tipo di servizio esercitato a favore di categorie quali laureati o professionisti devono necessariamente proiettarsi in avanti nel campo della conoscenza. La morte del “libro cartaceo” cui Ella giustamente allude per l’immissione sul mercato di strumenti quali il “Kindle 2” preconizzata dal dossier Platino sarà deleteria per noi italiani poiché non avremo il supporto graduale maturato con le librerie che morranno prima di tale evento.
    Certo che bisogna evolversi – ci mancherebbe- ma l’evoluzione deve avere una logica “ non appiccicaticcia ma solida come quella naturale (natura non facit saltus) e scusi se da buon tradizionalista mi affido alla terminologia latina anziché a quella da Lei recitata.
    Non voglio erigermi a “pontificatore” ma un po’ di modestia se non di umiltà quando si entra in argomenti sconosciuti, sarebbe opportuna.

    Un libraio del gruppo.
    Romano Gobbi

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    L’intervento qui sopra è stato ricevuto in mail e poi pubblicato, questa è la mia risposta privata:
    ***
    Gentile Romano,
    non sono stata solo lettrice presso una casa editrice ma, come si evince dal mio articolo e come i frequentatori di Liblog sanno, sono un editore a mia volta.
    Non apprezzo che, attraverso un uso forbito della lingua, si cerchi, nemmeno troppo velatamente, di offendere. Se ritiene che io sia in torto può argomentare benissimo anche pubblicamente; sebbene, nella sua mail, io non abbia reperito alcuna argomentazione o informazione volte a creare dialogo o dibattito. Ribadisco: un’opinione è, lapalissianamente, un’opinione. Se ne ha una da esporre, lo faccia pure nella sede più corretta, senza ricorrere a mail private permeate di dispetto.
    Da un lato non vuol ergersi a pontificatore, dall’altro, nella pratica, lo fa, deducendo (non capisco bene da cosa) che io sia una giornalista, che io abbia una conoscenza indiretta del settore, che io consulti fonti web e non “pedali” (e in ultimo che io non consulti il dizionario).
    Le ricordo infine che il dissenso, per essere costruttivo, dovrebbe basarsi sul rispetto dell’opinione altrui e non sulla prevaricazione verbale.
    Livia (editore, recensore, non-giornalista, discreto conoscitore della lingua italiana)

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    L’intervento qui sopra è stato ricevuto in mail e poi pubblicato, questa è la mia risposta privata:
    ***
    Gentile Romano,
    non sono stata solo lettrice presso una casa editrice ma, come si evince dal mio articolo e come i frequentatori di Liblog sanno, sono un editore a mia volta.
    Non apprezzo che, attraverso un uso forbito della lingua, si cerchi, nemmeno troppo velatamente, di offendere. Se ritiene che io sia in torto può argomentare benissimo anche pubblicamente; sebbene, nella sua mail, io non abbia reperito alcuna argomentazione o informazione volte a creare dialogo o dibattito. Ribadisco: un’opinione è, lapalissianamente, un’opinione. Se ne ha una da esporre, lo faccia pure nella sede più corretta, senza ricorrere a mail private permeate di dispetto.
    Da un lato non vuol ergersi a pontificatore, dall’altro, nella pratica, lo fa, deducendo (non capisco bene da cosa) che io sia una giornalista, che io abbia una conoscenza indiretta del settore, che io consulti fonti web e non “pedali” (e in ultimo che io non consulti il dizionario).
    Le ricordo infine che il dissenso, per essere costruttivo, dovrebbe basarsi sul rispetto dell’opinione altrui e non sulla prevaricazione verbale.
    Livia (editore, recensore, non-giornalista, discreto conoscitore della lingua italiana)

  • gamel

    Romano:
    In effetti il suo intervento somiglia più a un disgustato snobismo che una lettera di critica.
    Seguo da tempo questo blog, ma, per venirle incontro, l’ho spulciato per bene per sapere da dove ella avesse preso le informazioni che iscriverebbero Livia nella categoria “giornalisti che scrivono i propri articoli basandosi solo su informazioni ricevute via internet comodamente seduti e non alzando il sedere dalla poltrona per verificare “de visu” la veridicità dei propri articoli”. Sono spiacente, ma devo darle una ferale notizia: in tutto il blog non v’è traccia di quanto da lei denunciato.
    Piuttosto appare evidente che ella litiga con la tecnologia, visto che da un lato demonizza il web come serbatoio di notizie false, dall’altro suppone che chi scrive su un blog sia automaticamente un giornalista.
    Quanto al prezzo controllato dei quotidiani, si, lo considero non solo una forma di protezionismo, ma anche una sovvenzione ai grandi gruppi editoriali, alle loro holding e fusioni in colossi mediatici ed editoriali.
    Quanto poi al corretto uso della lingua, la invito, veramente con affetto, a rileggere questo passo dal suo intervento: …”avremmo ancora qualche buon artigiano con capacità di lavoro appreso con anni di faticoso ma fruttuoso apprendistato che saprebbero veramente insegnare alle nuove leve contrariamente a certe grandi aziende sorrette da un’economia cartacea di cui ne subiamo i risultati”. Mi perdoni, ma è cacofonico e approssimativo.
    E la prego non cada anche lei nella trita retorica demagogica del “bravo artigiano di un tempo”, o finiremo presto nel tunnel de “gli italiani non vogliono più fare certi mestieri”, e giù giù sino a “ai miei tempi si studiava di più”.
    Di cuore la prego: ci risparmi.

  • gamel

    Romano:
    In effetti il suo intervento somiglia più a un disgustato snobismo che una lettera di critica.
    Seguo da tempo questo blog, ma, per venirle incontro, l’ho spulciato per bene per sapere da dove ella avesse preso le informazioni che iscriverebbero Livia nella categoria “giornalisti che scrivono i propri articoli basandosi solo su informazioni ricevute via internet comodamente seduti e non alzando il sedere dalla poltrona per verificare “de visu” la veridicità dei propri articoli”. Sono spiacente, ma devo darle una ferale notizia: in tutto il blog non v’è traccia di quanto da lei denunciato.
    Piuttosto appare evidente che ella litiga con la tecnologia, visto che da un lato demonizza il web come serbatoio di notizie false, dall’altro suppone che chi scrive su un blog sia automaticamente un giornalista.
    Quanto al prezzo controllato dei quotidiani, si, lo considero non solo una forma di protezionismo, ma anche una sovvenzione ai grandi gruppi editoriali, alle loro holding e fusioni in colossi mediatici ed editoriali.
    Quanto poi al corretto uso della lingua, la invito, veramente con affetto, a rileggere questo passo dal suo intervento: …”avremmo ancora qualche buon artigiano con capacità di lavoro appreso con anni di faticoso ma fruttuoso apprendistato che saprebbero veramente insegnare alle nuove leve contrariamente a certe grandi aziende sorrette da un’economia cartacea di cui ne subiamo i risultati”. Mi perdoni, ma è cacofonico e approssimativo.
    E la prego non cada anche lei nella trita retorica demagogica del “bravo artigiano di un tempo”, o finiremo presto nel tunnel de “gli italiani non vogliono più fare certi mestieri”, e giù giù sino a “ai miei tempi si studiava di più”.
    Di cuore la prego: ci risparmi.

  • http://buoneletture.wordpress.com libreria atlantide

    @ Livia:
    Sul fatto che le catene si permettano di rischiare, di tralasciare i maggiori indici di rotazionee i profitti per mettere in bella mostra, avrei qualche dubbio. Immagina quante persone si occupano di ottimizzare gli indici, di cercaree di ottenere sempre maggiori sconti dagli editori nelle catene?

    Quali editori possono concorrere con quelli più grossi per mettere in bella vista i propri “prodotti” (perché di questo ormai parliamo, un libro è diventato un prodotto simile al detersivo) negli spazi più ambiti delle catene? Non solo nei supermercati le aziende pagano per ottenere lo spazio ad altezza d’occhio.

    È certa che avremo davanti in questo modo un futuro dominato dalla qualità, o dominato dal bestsller del momento, dalla moda editoriale, dalla potenza di un ufficio marketing?

    Ormai le catene sono dappertuttonel commercio, e anche tralasciando il fatto di avere città ormai tutte uguali, tempestate dai benettonsisleyzara uguali a catania come a trieste,

    per quanto riguarda quello specifico del libro, segnalo un incontro in programma alla fiera del libro di Torino, organizzato da ottimi editori indipendenti, che da tempo si interrogano sul significato dello sconto, sulla sostenibilità dello stesso, e sul danno subito da librerie e dai medesimi:

    http://www.fieralibro.it/it/organizza-la-visita/programma/details/598-leuropa-non-fa-piu-sconti-la-legge-del-libro-allestero-incontri-professionali.html

    Un altro ottimo intervento è quello di Jack Zipes, sulla cattiva qualità delle letture per ragazzi, che vale anche come discorso generale sull’editoria:

    http://www.liberweb.it/CMpro-v-p-767.html

    un saluto!

  • http://buoneletture.wordpress.com libreria atlantide

    @ Livia:
    Sul fatto che le catene si permettano di rischiare, di tralasciare i maggiori indici di rotazionee i profitti per mettere in bella mostra, avrei qualche dubbio. Immagina quante persone si occupano di ottimizzare gli indici, di cercaree di ottenere sempre maggiori sconti dagli editori nelle catene?

    Quali editori possono concorrere con quelli più grossi per mettere in bella vista i propri “prodotti” (perché di questo ormai parliamo, un libro è diventato un prodotto simile al detersivo) negli spazi più ambiti delle catene? Non solo nei supermercati le aziende pagano per ottenere lo spazio ad altezza d’occhio.

    È certa che avremo davanti in questo modo un futuro dominato dalla qualità, o dominato dal bestsller del momento, dalla moda editoriale, dalla potenza di un ufficio marketing?

    Ormai le catene sono dappertuttonel commercio, e anche tralasciando il fatto di avere città ormai tutte uguali, tempestate dai benetton\sisley\zara uguali a catania come a trieste,

    per quanto riguarda quello specifico del libro, segnalo un incontro in programma alla fiera del libro di Torino, organizzato da ottimi editori indipendenti, che da tempo si interrogano sul significato dello sconto, sulla sostenibilità dello stesso, e sul danno subito da librerie e dai medesimi:

    http://www.fieralibro.it/it/organizza-la-visita/programma/details/598-leuropa-non-fa-piu-sconti-la-legge-del-libro-allestero-incontri-professionali.html

    Un altro ottimo intervento è quello di Jack Zipes, sulla cattiva qualità delle letture per ragazzi, che vale anche come discorso generale sull’editoria:

    http://www.liberweb.it/CMpro-v-p-767.html

    un saluto!

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Purtroppo è troppo tardi per andare a quell’appuntamento, ma cercherò di farmi dare da qualcuno dei partecipanti indicazioni precise.
    Per l’articolo, invece, appena rientrerò a Catania avrò cura di leggerlo per bene ed approfondire questo argomento.
    Grazie per le segnalazioni!

  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Purtroppo è troppo tardi per andare a quell’appuntamento, ma cercherò di farmi dare da qualcuno dei partecipanti indicazioni precise.
    Per l’articolo, invece, appena rientrerò a Catania avrò cura di leggerlo per bene ed approfondire questo argomento.
    Grazie per le segnalazioni!

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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