Chiariamo subito che quand’ero piccola, uno o due anni, sognavo di diventare un direttore d’orchestra. Mi mettevo su uno sgabello col grissino e fingevo d’essere Toscanini (a ognuno le sue perversioni); se mi chiedevano “che fai?”, disarmante rispondevo “io? Dirigggo”. Ho anche iniziato lo studio della musica, ma questa è un’altra storia.
Ora che sono grande (?) faccio tutt’altro mestiere, e non riterrei mai di avere la capacità di dirigere un’0rchestra; con tutto ciò che da questo naturalmente discende. Almeno, io sono così. Ma scopro sempre con sorpresa che non tutti la pensano come me.
Non appartengo a quella genia di persone che giudicano gli altri in base al titolo: trovo che Muti sia così non in virtù di un attestato ma per gli anni di studio, per l’aver ascoltato tanto e imparato da maestri prima di lui. Il fatto che un ragazzo sia laureato in Lettere – con specialistica in editing – non elimina la possibilità che scriva “corettore di bozze” o “propiamente” (fidatevi, è successo).
Per cui sono abbastanza serena quando mi chiedono “cosa si deve fare per aprire una casa editrice?”; è una domanda plausibile, non sempre c’è chiarezza nei manuali tecnici, spesso rivolti a persone già esperte e non divulgativi, e non molti editori rivelano agli stagisti tutti i passaggi della filiera del libro. Insomma, la trovo una legittima curiosità.
In genere inizio a spiegare dalle basi, non sapendo mai chi mi trovo di fronte. Parto da lontano, dal business plan e dal progetto editoriale, fondamenta per un’impresa culturale di qualunque tipo. Sono anche avvezza a vedere facce interdette (o il loro corrispettivo web 2.o) e piccoli segnali di esitazione. Poi mi addentro nelle questioni legali: forma societaria, questioni fiscali, dettagli tecnici.
Già qui le facce si rabbuiano un po’, pensavano ci fossero meno beghe legali; comincio ad intuire che non abbiano mai letto l’Ormezzano o i testi canonici, ma ok, l’Ormezzano un po’ fa paura, serio e pesante com’è. E poi non tutti sono tenuti a conoscere le questioni legali che regolano l’apertura di un’azienda, è per questo che chiedono, no?
Infine termino facendo una battuta: “[...] e ovviamente ti/vi serviranno editor, correttori di bozze, impaginatori e illustratori, magari qualcuno che riunisca più aspetti, ma almeno un paio di persone”. Per me è chiaramente una battuta. Per loro no. E ti dicono “pure questo!” e si stupiscono che ci vogliano professionisti. Vengo così a scoprire che era un’idea dettata semplicemente da un piglio volitivo, dal “vorrei lavorare in editoria” (cosa sai fare? Sono un ottimo e attento coretore di bozze).
Ecco. A costoro dico: non sono obbligatori lauree e corsi specialistici, ma almeno un minimo sindacale di competenza. Il minimo, giuro. Se non l’avete, iniziate dalla gavetta, andate a fare stage su stage, osservate, provate, imparate. Ché ad aprire un’azienda c’è tempo. A fallire anche meno.
Eh eh.
Cioè? —–> battuta a uso e consumo esclusivo di Livia.
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La apriresti tu per me? —–> Altra battuta a uso e consumo esclusivo di Livia.
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A cinque anni volevo vivere in una fattoria con tanti animali; a sette circa volevo scrivere e fare l’archeologa. A undici volevo fare la mamma e volevo tanto un bambino. A dodici volevo aprire un centro di Accoglienza e Rieducazione per Cani Randagi. A diciannove volevo fare qualcosa di concreto per aiutare le persone. A momenti alterni vorrei anche trovare un tipo che voglia condividere con me tutto ciò. :-p
Voglio ancora tutte queste cose, alcune sto lavorando per ottenerle e altre le farò coincidere un progetto di vita globale del quale sto ancora definendo i dettagli. Questo per dire che, come tutti i bambini che si rispettino, quando Noemi vuole una cosa, col cavolo che se la scorda (tratto dalla mia autobiografia “Si, sto ancora aspettando che X si innamori di me”), e lo stesso vale per i sogni.
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Questo non c’entra nulla con la discussione, a parte questo: sognare è senza dubbio bello, però è importante capire quanto è sogno e quanto è capriccio. Un sogno è una parte di te, un sogno è te. E’ una cosa con la quale ti alzi e con la quale vai a dormire, una cosa per la quale lotti e ti impegni. Un sogno è un lato del tuo carattere che se non si può esprimere in quel modo, almeno si esprimerà in modo simile. E se non si realizzerà, non sarà certo per mancanza di impegno. Oggi c’è un sacco di gente che vuole fare questo, quello, e quell’altro. O meglio: che vuole questo, quello o quell’altro. Ma li vuole belli fatti, puliti e apparecchiati. Come può essere tuo un progetto, se non sai come è nato, se non ci hai sudato sopra, se non hai sorriso quando decolleva e non l’hai sorretto quando rischiava di precipitare?
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Oggi aprire una casa editrice è fattibile, con un minimo di conoscenza e di impegno.
Portarla avanti è un’altra storia.
E se uno trema già solo per la prospettiva della difficoltà di aprirla, ci levi mano.
Scusate la sgrammaticatezza ma ho un po’ sonno.
Noe ha scritto:
Né più né meno quello che penso io.