Bartezzaghi e l’apostrofo perduto

Scritto da: il 17.03.09
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Bartezzaghi è un cognome che si commenta da sé, come ho più volte detto; e anche questa volta si conferma più che degna del mio platonicissimo amore, con un nuovo articolo di Stefano Bartezzaghi, che scrive l’epitaffio dell’apostrofo.

[...] anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo una questione di apostrofi. I media di scrittura hanno in antipatia tutto ciò che esorbita dal carattere alfabetico, e così sms, e. mail e indirizzi di siti web pullulano di “cè” anziché “c’è”; di “pò” anziché “po’”; di “mò vengo” o “a mò di…” anziché “mo’ vengo” e “a mo’ di”; di “non centra niente” anziché “non c’entra niente”. I vari “dì qualcosa, fà presto, stà zitto e và via”, spesso del tutto normalizzati con “di qualcosa, sta zitto, fa presto e va via”. In ognuno di questi esempi l’accento è sempre sbagliato, il caso nudo e crudo non è più considerato scorretto ma l’apostrofo ci vorrebbe per segnalare che all’imperativo è caduta la sillaba finale.

Meno macroscopiche e più controverse le fattispecie di “buon amica” anziché il corretto “buon’amica” o “pover uomo” anziché “pover’uomo”: su questi anche la Crusca discute. Anche da noi è presente la controtendenza che aggiunge apostrofi dove non ci vogliono. Pittoresco, per la sua diffusione, il caso di “qual’è”; ma si leggono anche dei “c’è n’è abbastanza”.

Spessissimo poi, a causa della mancata collaborazione delle tastiere e dei programmi di scrittura, si è costretti a usare l’apostrofo in luogo del segno di accento: “Là non c’e’”. È infine inqualificabile l’usanza di trascrivere i discorsivi “ci hai sonno?” e “ci avevo fame” come “c’hai sonno?” o addirittura “ch’avevo fame”. È che l’apostrofo, oggi, è un po’ come le quattro frecce dell’automobile: si mette e si toglie quando non si sa bene cosa dobbiamo segnalare al prossimo, e come. L’apostrofo è insomma un bacio rosa fra le parole “c’entro (qualcosa) o non centro (la soluzione giusta)? “.

È vero, la lingua si modifica nel tempo, ma si tratta di processi non così immediati come queste variazioni personalistiche vorrebbero. È necessario una norma in questa giungla, per garantire la funzione primaria del linguaggio: comunicare.

  • http://www.bosina.net Bosina

    Sono contenta di essere nei tuoi pensieri, Livia, oltre che in quelli di Bartezzaghi :-)
    Io penso che il primo sintomo di un malessere sociale si misuri dall’analfabetismo di ritorno, fermo restando che magari per una larga fascia di gente insospettabile si può parlare anche di quello di andata mentre noi diamo per scontato che ormai sia debellato.
    Bisognerebbe inventre una vaccinazione contro le nefandezze ortografiche.
    O una scomunica ad hoc, che so…

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    Sono contenta di essere nei tuoi pensieri, Livia, oltre che in quelli di Bartezzaghi :-)
    Io penso che il primo sintomo di un malessere sociale si misuri dall’analfabetismo di ritorno, fermo restando che magari per una larga fascia di gente insospettabile si può parlare anche di quello di andata mentre noi diamo per scontato che ormai sia debellato.
    Bisognerebbe inventre una vaccinazione contro le nefandezze ortografiche.
    O una scomunica ad hoc, che so…

  • etnagigante

    In Bartezzaghi We Trust

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