Oggi sfrutterò biecamente il caro Moscatelli per le mie divagazioni. Lui, scrittore ed editore (sognatore) affresca una delle tante situazioni tra il comico e il tragico che affrontano gli editori. Qualcuno degli aspiranti scrittori, di quelli sensati, intendo, sicuramente resterà basito e penserà che sono esagerazioni: invito costoro a fare un paio di mesi di stage in case editrici piccole e oneste, giusto per toccare con mano.
La conversazione ricalca con precisione le richieste di taluni (tanti) aspiranti scrittori quando arrivano al contatto con l’editore.
La prima richiesta è: voglio che il mio manoscritto venga letto sul serio.
Ok, io questo lo faccio.La seconda è: gradirei per una volta un parere che non si risolva nelle solite due righe (del tipo: “siamo spiacenti di comunicarle che il suo lavoro non è stato accettato, le auguriamo maggiore fortuna e bla bla bla”).
Ok, io spedisco schede di valutazione coi fiocchi.La terza è: non voglio pagare alcun contributo per la pubblicazione.
Fin qui ci siamo, direi.La quarta è: non voglio essere preso in giro, se sul contratto c’è scritto che non chiedete denaro non dovete poi uscirvene con pretese tipo “mi devi 400 euro per il codice ISBN, per il servizio di editing e così via”.
Benissimo, di editing, ISBN, correzione bozza e tutto il resto me ne occupo io.La quinta è: il mio libro deve finire in mezzo ad altri libri validi, non voglio restare in compagnia di scribacchini senza alcun talento…
Anche questa richiesta, per quanto un po’ altezzosa, mi pare esaudibile, almeno a giudicare da quel che si dice in giro riguardo i libri dei Sognatori.Stessa cosa per la sesta richiesta: il libro non deve fare schifo da un punto di vista tecnico ed estetico, ci ho messo l’anima e un mucchio di tempo per poterlo terminare.
Ok, dopotutto sono stato anch’io uno scrittore e so che significa lasciare la propria “creazione” nelle mani di estranei. Per questo ci metto tanta cura e tanta attenzione in quello che faccio.Ma le richieste fioccano, e da un certo punto in poi – a volte – si perde il senso della misura.
Io non voglio che il mio lavoro subisca alcun taglio, e il titolo deve restare quello. Anzi, ho già pronta una copertina che ci starebbe da dio…
Sì, va beh, e allora io che ci sto a fare?E voglio che il mio libro arrivi in tutte le librerie.
A dire il vero non è così semplice entrare in…E voglio che nella libreria il mio lavoro sia ben visibile.
Ecco, proprio qualche giorno fa facevo presente che…E la promozione deve essere reale, non devo fare tutto io.
Posso garantire il massimo impegno sul piano promozionale, ma vorrei sottolineare il fatto che…E nelle presentazioni ci deve essere un bel po’ di gente, non quattro sfigati.
Si fa quel che si può, ma se i lettori sono refrattari a…L’editore è un imprenditore, servono grossi investimenti, collane, presentazioni a raffica.
Nient’altro?E chiaramente bisogna puntare a una ristampa.
Quella è sempre auspicabile, ma a volte con tutta la buona volontà non si riesce davvero a…L’importante è stampare subito una tiratura rilevante, tipo 5.000 copie.
Quante?[...] Quindi lei legge tutti i manoscritti, invia schede di lettura, pubblica buoni libri e utilizza materiali di qualità per la stampa?
Così dicono.
[...] Grande! E ovviamente ha collane, distribuzione in libreria, stampa tirature alte e piazza i lavori nelle vetrine più prestigiose.
A dire il vero no.Ah, si scoprono gli altarini! E perche no?
Così, perché mi piace morire di fame. Ho tendenze masochistiche: respingo le suppliche di tutte le librerie italiane, rifiuto di veder comparire in vetrina i miei libri e nonostante centinaia di migliaia di richieste, stampo 10 copie per opera.Cosa??? Ma lei è un mostro!
No, caro imbecille, i mostri sono altri.
Sono quelli che parlano di “arte” e “amore per la letteratura” fingendo di voler essere pubblicati per semplice passione, e invece poi pretendono la luna da chi deve tenere i piedi ben saldi su questo pianeta.
Sono quelli che vogliono essere letti e valutati da gente con una certa cultura (perché altrimenti nessuno potrà mai capire il loro Capolavoro) ma non sanno nemmeno coniugare un congiuntivo.
Sono quelli che si definiscono “sognatori come voi” e poi reclamano freddi dati matematici, perché loro devono affidarsi a una casa editrice “di successo”.
Sono quelli che chiedono rispetto per il proprio lavoro senza mostrarlo per quello altrui.
Sono quelli che dicono “a morte l’editoria a pagamento” ma non si degnano di fare qualcosa di concreto per tenere in vita quella NON a pagamento.
Sono quelli che esigono di vendere migliaia di copie del proprio libro, ma quando si tratta di acquistare il romanzo di un collega altrettanto sconosciuto grugniscono schifati.
Sono quelli che vogliono vedere il proprio libro in vetrina ma quando entrano o passano davanti alle librerie adocchiano i soliti nomi (che bello, l’ultimo della Kinsella!).
Sono quelli che hanno tutto da dimostrare ma le credenziali le pretendono solamente dall’Editore.
Sono quelli che tanto gli editori son tutti uguali.
Sono quelli che adesso vi spiego io cosa dovreste fare, e le uniche cose utili che davvero dovrebbero fare (scrivere qualcosa di decente come autori e sostenere anche l’editoria coraggiosa come lettori) vengono seppellite sotto un cumulo di consigli bislacchi (avete provato a vendere i vostri libri nelle stazioni?) e paternalismi d’altri tempi (eh, con gli ideali non si mangia…).
Sono quelli che conoscono (per sentito dire) l’universo editoriale da tre mesi e nonostante questo si improvvisano esperti di marketing e promozione editoriale… ma quando vanno a fare la spesa nemmeno si accorgono di aver ricevuto il resto sbagliato.
Atteggiamenti diffusi.Ed io la mostruosità, al pari del mio mentore, l’ho sempre vista annidata nel comune, nel normale, nell’ordinario…
Ora, non tutti gli aspiranti scrittori sono in questo modo, ringraziando il cielo. Ma spesso anche io ho avuto scambi di battute simili, fortunatamente limitati a un mero livello teorico: era infatti in momenti di discussione e non di lavoro. E ogni volta ho fatto un’istantanea dell’interlocutore per ricordare che, se mai mi fossi trovata a dover scegliere se pubblicarlo o meno, avrei dovuto rinunciare, a meno di non avere davanti uno scritto da Nobel.