Impaginazione: riflessioni sulla forma di un libro

Scritto da: il 23.10.09
Articolo scritto da . Leggo troppo, scrivo poco e mi rimproverano di scrivere tanto. Adoro i libri ingialliti dal tempo, dimenticati ma con dentro la passione per tenerti sveglio nel cuore della notte. Sto dalla parte delle ferite di carta perché un libro vissuto è quello letto, magari in un momento difficile della vita, tanto da portarne i segni come fosse amore. Adoro anche la musica perché a volte annulla la relatività d’ogni pensiero imprigionato nella vita. Come Avvocato trovo la soluzione al problema degli altri e come Conciliatore facilito le parti in conflitto a trovare l’intesa. Ho almeno un centinaio di difetti, qualcuno sostiene che sono molto meno, così provate voi a buttare l’occhio dentro ai miei pensieri.:.

A me le librerie fanno un effetto bizzarro. È un po’ di giorni che vi entro, mi innamoro ed adotto un libro che non conoscevo e, prima di ributtarmi nella routine,  perdo del tempo nel settore “proibito” agli adulti. Resto incuriosito dalle ultime fiabe peluche o libri musicali, poi esco col peso della cultura nel solito sacchetto “brandizzato” e, nel tragitto di ritorno a casa, mi capita di farmi grasse domande sui massimi sistemi e sul tempo delle memorie.

Una di quelle, che condivido ora con voi, riguarda la forma. Perché è importante la forma in un libro? Me lo sono chiesto e, nel cercare di trovare una risposta o almeno un appiglio, sono inciampato in quella che considero una banale ovvietà. Mi riferisco al concetto di utilità, perché l’esigenza del libro, secondo me, nasce prima di tutto nel trovare la risposta ad un altro bisogno quello di conoscere, di apprendere in modo pratico ma anche di ricevere stimoli alle nostre riflessioni attraverso una discreta “compagnia” di viaggio.

Così, in prima approssimazione, sono portato a pensare che il libro torni doppiamente utile all’uomo. Da una parte attraverso il nutrimento sostanziale fornito dal suo contenuto, poi anche grazie alla sua forma. Senza annoiarvi troppo con infarinature di antropologia e digressioni sull’evoluzione dei supporti alla scrittura, vi invito a considerare come, effettivamente, essa via via si sia liberata dell’ingombro/peso, penso alla scomodità di portarsi in tasca una tavoletta d’argilla o un rotolo di pelle di capra, ma anche di altri dati fisici come il tempo e lo spazio.

Se prima la scrittura e l’apprendimento erano necessariamente legate ad un luogo ben preciso, magari dove era collocata la pietra incisa con la legge del luogo o il testo della propaganda del sovrano di turno, la “praticità” della forma ha spinto l’uomo a cercare di condividere il sapere in forme sempre più “comode”. Da ultimo l’e-book, in senso ampio, fornisce numerosi spunti di riflessione su questo cammino della scrittura e della lettura verso “l’usabilità”.

Questa qualità, o maneggevolezza della lettura, fruibile anche in posti quotidiani, nella fretta degli itinerari per recarsi a scuola o a lavoro, può avere anche il significato di consentire che la forma, indipendentemente dal contenuto, entri in quella scala di valori propri delle cose utili all’uomo.

Il libro, in un certo senso, diventa alla portata di tutti ma non per il suo contenuto bensì per via della “comodità” dettata dal suo aspetto.

Ragionando così mi è venuto in mente che guardando i libri in termini di dimensioni, avventurandomi tra altezze, larghezze, margini, intestazioni, piè di pagina, rilegature forse anche il contenuto, nel tempo si è adattato al supporto diventando pratico, comodo. E mi è sorto il dubbio se nello scrivere un libro si è condizionati dall’idea e dallo sviluppo del suo argomento o dalla forma finale che esso assumerà?

Non avendo una risposta adatta a queste riflessioni, mi sono messo a soppesare i volumi che ho in casa e osservare le varie forme tra loro. Libri grandi ed austeri  come i volumi della Cedam, dell’UTET, della Giappicchielli, della Hoepli. Libri piccoli, stretti e lunghi come gli Iperborea o più ampi ma “classici” come quelli dell’Einaudi (tra l’altro i miei preferiti), della Zandonai o della Corbaccio, quasi quadrati come quelli editi da Nuovi Mondi. E tanti altri libri con forme variabili.

E visto che ogni riflessione porta con sé altre domande, ma la pigrizia non mette mai le risposte, ho cominciato a guardare al contenuto con la stessa variabilità ed immaginare la scrittura senza forma alcuna, costante ed ordinata ma esteticamente disordinata, una battaglia tra pratico e antiestetico.

Mi è sembrato così che la forma oltre che utile sia anche logica. In altezze diverse e in impressioni diverse, nella complessità del concetto di unità propria dell’impaginazione di un libro, ho intravisto quella che mi è apparsa come l’intensità grafica del segno e al tempo stesso delle situazioni espresse nella scrittura. I colori della scrittura, o meglio gli umori, senza cadere nell’eccesso della instabilità, in quella crisi del mondo, che ogni scrittore proietta attraverso le parole, mi sono sembrati legati anche alla forma dei libri.

Se è possibile definire l’impaginazione di un volume come l’attuazione di tecniche necessarie ad ottenere il prodotto editoriale, forse è possibile supporre che in qualche modo la scrittura e la lettura di oggi siano condizionate dalla forma. Non dico  semplicemente dal poter determinare l’ideale tipo di libro che sarà inviato alla stampa o salvato in un file. Ma mi riferisco a quello che il libro sollecita, ossia alla creatività, a quel vedere-sentire-sperimentare attraverso la lettura della scrittura.

Il libro, sebbene “formalizzato”,  non è allora statico ma sempre variabile, dove la scrittura diventa fluida, scorrevole e la lettura semplice, agevole è già in atto una stimolazione delle proprietà creative del lettore, così che le sue capacità possano sviluppare idee nuove e riflessioni personali.

Il libro è quindi sempre più utile ed anche la sua forma lo è. Consente di creare e creare ancora, ma anche di ricordare. In un volume il tempo non evolve come nella realtà, si ripete divaricato tra le pagine, consente al lettore di classificare, conservare e ricordare anche fatti ad esso estranei e personali, come periodi dell’esistenza.

E così, inciampando anche nel tempo, mi sono reso conto che questo spilluzzicare una riflessione dietro l’altra ha innescato un canone di domande senza fine attorno all’utilità della forma.

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