Il Font: quale usare per inviare a un editore?

Scritto da: il 18.09.09
Articolo scritto da . Leggo troppo, scrivo poco e mi rimproverano di scrivere tanto. Adoro i libri ingialliti dal tempo, dimenticati ma con dentro la passione per tenerti sveglio nel cuore della notte. Sto dalla parte delle ferite di carta perché un libro vissuto è quello letto, magari in un momento difficile della vita, tanto da portarne i segni come fosse amore. Adoro anche la musica perché a volte annulla la relatività d’ogni pensiero imprigionato nella vita. Come Avvocato trovo la soluzione al problema degli altri e come Conciliatore facilito le parti in conflitto a trovare l’intesa. Ho almeno un centinaio di difetti, qualcuno sostiene che sono molto meno, così provate voi a buttare l’occhio dentro ai miei pensieri.:.

Immagine di Jim Hood (CC- by-sa)Eccolo lì, proprio davanti ai nostri occhi, il momento atteso è giunto. Abbiamo messo la parola fine al nostro libro e le ultime righe ci osservano dallo schermo coll’espressione dell’ “ora che si fa?”. E già, bisogna inviarlo per una valutazione e magari chissà che non venga “adottato”. Alcuni Editori accettano i file *.pdf via mail, altri non si dispiacciono di averci la scrivania invasa dal cartaceo (forse per accendere la stufetta d’inverno?).

Ma sorge un altro dubbio, oh cavalo lo mandiamo così con il font di default con cui lo abbiamo scritto oppure cambiamo? Che font sarà indicato per finalizzarlo? Inizia la fase del terrore psicologico e noi, nostri consiglieri di fiducia, cominciamo già a spararle sempre più grosse: vedi mai che per qualche strana legge scientifica se è vero che la scrittura e la personalità sono legate, allora forse il font ha le sue colpe? Forse, per le stesse regole, è possibile che nel carattere tipografico si manifesti la nostra creatività?

Ehm, direi che è il caso di scendere un attimo coi piedi per terra e riflettere. Quale sarà mai l’utilità pratica del font? Ma certo la lettura, trasportarci sopra, come una imbarcazione, il fiume della narrazione. Torniamo lettori un attimo, una delle cose più fastidiose per chi legge è quel qualcosa che distrae, magari proprio il carattere del testo che affatica a tal punto da far smettere la lettura, nonostante le buone intenzioni.

Certo, anche l’occhio vuole la sua parte ed un bel carattere sembra già un bel biglietto da visita, rispetto ad uno più da fumetto o da magazine. Io, ad esempio, ho un debole per i font con le grazie, ossia quelli della famiglia Serif, che si completano, alle estremità,  con delle belle terminazioni, o gambette, a punta. Su tutti però, i miei preferiti sono il Georgia [immagine di Jim Hood, CC by sa] ed il Goudy (Old Style), creato appunto dal prolifico Frederic W. Goudy.

Si, casualmente, entrambi iniziano per “g” ma differiscono molto tra loro anche se ad accomunarli v’è la loro alta leggibilità. Il Georgia è imparentato con il classicissimo  Times New Roman,  se ne differenzia principalmente per una accentuata rotondità e maggiore ampiezza, caratteristica che lo rende adatto sia per la stampa su carta che per l’uso a video. Il Goudy, nato nel 1916, ha una maggiore anzianità di servizio, se così si può dire, ed eleganza grafica ma  in proporzione al Georgia è più piccolo. Per capirci un corpo 11  del Georgia corrisponde per ampiezza ad un 14 del Goudy.

Tornando al nostro libro, conviene usare più font? Io, personalmente, direi di no. È vero che la scrittura è un fatto personale, anche quando si cristallizza nell’oggetto dell’altrui lettura, ma quella ribellione al modello di uniformità espressiva, che esiste in ogni autore, non deve far dimenticare che il libro non potrà mai essere un mezzo tutto privato, con un alfabeto nuovo ed incomprensibile. Così, anche per i suoi elementi esteriori, un libro dovrà conservare i suoi fattori di comunicazione senza che costituiscano distrazione per quanti sono chiamati a giudicare il nostro lavoro, così, se siamo partiti con il Georgia, continueremo ad utilizzarlo fino in fondo.

Ma c’è davvero il fondo di un libro? Uhm, per questa volta vi risparmio altre sciocchezze e, se sopravvivrò ai “gavettoni”, ci rileggeremo qui.

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