Della letteratura sperimentale e della fine

Scritto da: il 04.01.10
Articolo scritto da . Leggo troppo, scrivo poco e mi rimproverano di scrivere tanto. Adoro i libri ingialliti dal tempo, dimenticati ma con dentro la passione per tenerti sveglio nel cuore della notte. Sto dalla parte delle ferite di carta perché un libro vissuto è quello letto, magari in un momento difficile della vita, tanto da portarne i segni come fosse amore. Adoro anche la musica perché a volte annulla la relatività d’ogni pensiero imprigionato nella vita. Come Avvocato trovo la soluzione al problema degli altri e come Conciliatore facilito le parti in conflitto a trovare l’intesa. Ho almeno un centinaio di difetti, qualcuno sostiene che sono molto meno, così provate voi a buttare l’occhio dentro ai miei pensieri.:.

Leggendo il post di Livia, mi son venute in mente tutta una serie di riflessioni sul perché secondo me la letteratura sperimentale sia necessaria. Solo che dopo le ho appallottolate e “buttate” per davvero ma nel cestino più a tiro, perché?

La verità è che ho preso una cattiva abitudine. Quando varco l’ingresso d’una libreria è come se andassi alla prima di uno spettacolo meraviglioso ma con la sensazione che la commedia sia già finita e da troppo tempo.

Osservo gli scaffali e cerco. Vado a caccia di parole come farebbe uno in attesa di qualche cosa d’importante, forse d’un miracolo abbordabile da tenere in tasca e leggere alla bisogna. Invece vedo solo una lunga fila di gente che si aggira tra “lapidi” di carta.

Il libro è morto, tra sintomi e diagnosi ci ha lasciato pure troppi indizi sulla natura del suo malessere.

È morto perché alla prima avevano già rimosso il sentiero tra le ombre, avevano tolto il mistero della luna per una più comoda abat-jour.

Il libro si è messo da parte quando è stato incoronato duce il medio lettore. Forse già prevedeva che il pargolo venisse su smidollato e poco collaborativo. Avvolto del suo mantello di pigrizia, ha passato i giorni adolescenti ad imbottirsi di tutto come una medicina per non pensare.

Ma il nostro adulto non è nemmeno più capace di procacciarsi il cibo intellettuale, divorato dalle lancette che corrono sul quadrante del quotidiano, preferisce restare inerte e lasciarsi andare, respirare l’inferno della decadenza che ci ostiniamo a chiamare civiltà.

Allora, portiamo dei fiori in libreria, deponiamoli sotto le pile accatastate ed in bella mostra, sotto quei libri che ossessivamente minacciano di colpirci con le loro parole.

Portiamo dei fiori agli scrittori che provano ad illuderci, come fantasmi ingenui, della loro vitalità. Anche i morti devono raggiungere una cognizione del sé.

Portiamo dei fiori ai lettori abbandonati, cresciuti ascoltando solo l’eco dei propri capricci ma incapaci di leggere ad alta voce per partecipare a quella magia che hanno le parole quando evocano la vita.

Portiamo dei fiori anche all’editoria illusa di stare dalla parte migliore della barricata, ma incapace di dar sberle ai propri scrittori ed ai propri lettori.

Già, portiamo dei fiori nelle librerie e restiamo in silenzio mentre levano la scenografia. Osserviamoli scrittori, editori e lettori, finalmente senza parole, accompagnare la letteratura a morire. Osserviamoli spegnere l’abat-jour.

Tornerà la luna? Si forse tornerà. E qualche volta giurerei d’averla intravista mentre vagabondo di libro in libro, quando trasformo la libreria in un territorio di caccia, quando ho tanta di quella fame e di quella sete da seguire la preda, spinto dalla sola necessità di nutrire la mente.

Poi viene lo sconforto, quello di chi si è armato di pregiudizi, che passa ore in libreria per scegliere il suo libro. Nomi diversi ma libri tutti uguali? Possibile? Scrittori replicanti che scrivono, scrivono ma tutti allo stesso modo? E gli altri? Lettori che frignano, che impuntano i piedi perché gli editori devono assecondarli, così gli scrittori devono pensare a loro mentre scrivono. Devono costruire personaggi che rimbocchino anche le coperte a tutti questi loro infantili lettori.

Ma è così, da uno scaffale all’altro, che mi aspetto, prima o poi, di sentire l’esplosione di quell’ultimo colpo in canna. Attendo il momento con la paura di voltarmi in direzione del misfatto per osservare con raccapriccio l’indegno suicidio della letteratura.

A questo penso, quando rifletto che il libro sperimentale sia necessario, forse perché non ha quel senso di rispetto nei confronti del suo incoronato lettore. È necessario perché non offre un appiglio su cui continuare a sonnecchiare ma uno spigolo, una strada incerta e misteriosa.

Il libro sperimentale, nell’ora della notte più ostile, ha il coraggio di togliere la coperta di dosso al pigro lettore e di offrirgli un risveglio sotto lo sguardo lunare.

Di questo mi sono convinto, che i libri, attraverso le loro pagine, devono dirci cose scomode, devono condurci al pianto o farci sorridere. Devono regalarci lo stupore inaspettato ed insegnarci a cosa serva la fatica, altrimenti restino nel silenzio delle loro tombe.
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