Il mito dell’alchimia e l’alchimia asiatica, Eliade

Scritto da: il 28.10.10
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

In questo libro di poco più di un centinaio di pagine, Il mito dell’alchimia e l’alchimia asiatica, si possono trovare due bei saggi del grande studioso rumeno Mircea Eliade (1907-1986). Due bei saggi sull’alchimia vista nella prospettiva della Storia delle religioni. E con essi, Eliade conferisce all’argomento serietà e dignità accademiche e non solo. Dir ciò, inoltre, non significa affatto che il suo stile sia quanto mai pedante, pesante e noioso: certo, ci son molte note a piè di pagina ma questo va a intralciare ben poco una prosa elegante, essenziale e chiara.

L’autore, nel primo dei due saggi spiega come sia nato e come si sia caratterizzato il fenomeno della pratica dell’Alchimia., corpo di antiche conoscenze e pratiche che viene scoperto in un dato periodo che poi va in “letargo” e che, successivamente, nei secoli viene riscoperto e si conforma in qualche modo anche allo spirito dei tempi.

Eliade sottolinea più volte un aspetto dell’Alchimia: quello spirituale. Infatti, benché eminentemente pratica, quel progetto e quel fine di voler trasmutare in oro il vile metallo non aveva né ha mai ebbe un significato del tutto letterale. Il processo era sempre quello di un ritorno alle incorrotte origini, una continua purificazione attraverso vari stadi e stati materiali fino a quelle per poter poi assumere uno splendore incontaminato e reale e ormai non più influenzabile e, quindi, immortale. Tutto ciò è una metafora spirituale che rasenta se non proprio si giustappone al misticismo. È ben l’autore lo fa notare quando, illustrando l’alchimia cinese scrive:

L’alchimia è stata, e resta, una tecnica spirituale attraverso cui l’uomo può assimilare le virtù che reggono l’esistenza e perseguire l’immortalità. L’Elixir di lunga vita non è altro che l’immortalità, fine di tutte le tecniche mistiche di ogni epoca e luogo. L’alchimista alla ricerca dell’Elixir è più simile al mistico che cerca la propria via all’immortalità che non all’uomo di scienza.

E considerazione analoga va fatta anche per intendere l’«oro alchemico», specialmente in Cina: non solo qualcosa di concreto ma, altresì, esperienza mistica, assumendolo (a quanto si comprende, mangiandolo proprio) conferisce l’immortalita per rigenerazione.

Certo, da questo punto di vista l’alchimia intesa come pura pre-chimica è una visione della disciplina quanto meno riduttiva. Se, invece la si considera nel suo intento e fine più ampio e spirituale, la ritroviamo in vari ambiti. Mircea Eliade mori nell’86 ma se fosse vissuto in epoca più vicina alla nostra, chissà, avrebbe trovato un’analogia con gli obbiettivi e i processi posti in essere dall’alchimista con gli studi di Biologia sulle cellule staminali indifferenziate: anche di queste si studiano le dinamiche col fine di un ritorno all’origine e di una rigenerazione.

È ovvio che un biologo che fa questi studi non è un alchimista ma è altrettanto innegabile che, in linea di massima, pur nella loro diversità, i loro desideri, fini e modi d’agire, si assomiglino e non poco.

Chi vivrà vedrà.

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