Il giovane antropologo, Barley

Scritto da: il 16.02.09
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Il giovane antropologo - Nigel BarleyGli studi antropologici si ammantano di grande austerità, di obiettività e imparzialità; pochi sono gli studiosi che hanno il coraggio di ammettere che la ricerca sul campo non è poi tutta rose e fiori, che non sono imparziali nel momento in cui la sperimentano in prima persona, vivendo in condizioni al limite dell’assurdo. Uno di questi impavidi è Nigel Barley, nel suo libro-reportage Il giovane antropologo, saggio e diario insieme.

Barley decide infatti di raccontare i suoi studi non secondo i dati raccolti ma dal suo personalissimo punto di vista, facendone una cronaca molto sincera, includendovi i momenti ingloriosi. E inizia dal momento della decisione di partire per la ricerca sul campo, mettendoci a parte dei suoi motivi; motivi che non sono proprio quelli che ci si aspetterebbe in ambito accademico, e che lascio a voi scoprire.

banner-ibsIl percorso di Barley è zeppo di riferimenti quotidiani, compresa la trascurata parte della burocrazia del viaggio, che inizia ancor prima di metter piede nel paese di destinazione. Prima di raggiungere i Dowayo, l’etnia che ha fortunosamente scelto, deve infatti superare innumerevoli ostacoli sia all’ambasciata in patria sia alle dogane, prefetture e uffici statali di ogni ordine e grado.

Poi iniziano i problemi di comprensione, non solo riguardanti la lingua orale ma anche su tutto ciò che attiene agli usi quotidiani: il concetto di privacy, l’uso dell’acqua, le feste e il modo di atteggiarsi; insomma la normalizzazione nella vita di un popolo dalla cultura totalmente diversa e molto distante da quella europea. L’Africa, così vicina, ci appare per una volta remota, inconoscibile e inconciliabile.

Il libro è una vera miniera di aneddoti, storie, episodi che, pur non avendo alcuna pretesa di scientificità, contribuiscono a fornire un’immagine nitida di quel lavoro così sconosciuto che è l’antropologia. Solitamente, infatti, le relazioni antropologiche sono zeppe di analisi, statistiche, dati raccolti in apparenza inconcludenti, ma che assumono tutt’altro significato alla luce delle esperienze personali del singolo ricercatore.

Barley smonta qui la pretesa di obiettività di questi studi, inserendosi nella narrazione come osservatore e partecipante a tutti gli effetti: non gli sarebbe possibile ottenere alcuna informazione se non si inserisse nei processi sociali dell’etnia particolare che analizza. E siamo fortunati, perché Barley è dotato di un forte senso dell’ironia, che usa ampiamente su sé stesso per descrivere il percorso di studio.

Stile e scrittura sono funzionali, scorrevoli, privi di orpelli inutili e con quella giusta vena di ironia, appunto, rendendo  il tutto di facile lettura. Di tanto in tanto Barley si dilunga un po’ su particolari di scarsa consistenza, ma non annoia, anzi lascia trasparire la grande passione che gli ha permesso di resistere al lavoro sul campo.

Per tutti gli aspiranti antropologi è un testo quasi indispensabile, anche solo per trarne utili indicazioni sul vestiario, per tutti gli altri è un modo curioso di sbirciare non solo negli usi di un gruppo stravagante ma anche nella vita di una etnia africana di cui si hanno poche notizie.

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