Che sberle, ragazzi! Degne dei migliori Bud Spencer & Terence Hill. E non sono finte. In questo suo Scritture a perdere Ferroni mette a nudo senza delicatezze e pudori alcuni aspetti della macchina letteraria, sottolineando il connubio in essa insito tra marketing, mass-media e tutto quanto possa servire (e asservire) il consumismo editoriale (e non solo), lasciando in questo modo alla Letteratura (con la L maiuscola), e chi la produce il tempo che trovano o un lento immiserirsi fin quasi a sparire. Ad essere “postuma”, come dice l’autore.
Non che la produzione letteraria odierna e recente sia tutta da buttare ma è piuttosto dettata dalle leggi dell’apparire, piuttosto che da quelle dell’essere. È chi riesce in qualche modo a “far notizia”, audience, ad apparire, appunto, in TV, nei talk show, nei dibattiti l’Autore che viene pubblicato e ha successo e – ancora apparentemente – qualcosa da dire al mondo. Se lo scrittore è in balìa di questi meccanismi produttivo-mediatici, anche la sua funzione pedagogica nei confronti del pubblico e, quindi, della società, viene meno.
A sostegno di questa sua tesi, Ferroni menziona e parla di alcuni autori che negli anni recenti han molto fatto parlare di sé. In questo contesto, anche la funzione della Critica è smorzata e, lungi dall’esser “militante”, non si perita neanche di offrire una guida, un confronto. Tutto questo toglie spazio ad altri scrittori che, pur non essendo forse tanto noti, avendo certamente meno visibilità, offrono prodotti di maggior sensibilità, spessore e profondità.
La produzione letteraria, soprattutto di romanzi, è inflazionata ed eccessiva al punto da rendere pressoché impossibile distinguere ciò che è valido da ciò che non lo è. È non solo “tanta” ma, in più, è appiattita sull’estetica imposta dai mass-media che “plasmano” il mondo e, con esso, il gusto del pubblico.
C’è qualche possibilità di uscita? Dopo l’analisi e la critica, Ferroni sì, di strade praticabili, ne indica e, dal punto di vista più prettamente letterario, son quelle del racconto (a suo dire più appropriato ed efficace, come forma di scrittura breve, del romanzo per circoscrivere e focalizzare le tematiche e gli argomenti; del saggio, della cosiddetta autofiction che, a quanto è possibile capire, è un parlare di sé, delle proprie esperienze, ma soltanto come spunto, per poi generalizzare in significati più ampi. Cita e illustra anche opere e autori – alcuni non molto conosciuti ed editi da altrettanto poco conosciute Case Editrici – nei quali è possibile rintracciare qualcosa di più vicino alla Literacy (come dicono gli Inglesi), qualcosa di meno effimero, passeggero, superficiale.
La conclusione – che è al contempo un appello – consiste nell’auspicare, nel raccomandare una produzione letteraria meno inflazionata, più essenziale e propositiva, responsabile, che torni ad essere spunto di riflessione e guida e non faccia parte di quel (purtroppo) folto gruppo che sono le “scritture a perdere”. Se nel ’48 Jean-Paul Sartre si domandava Che cos’è la letteratura?, dopo aver letto questo saggio di Giulio Ferroni vien da chiedersi, contemplando le proposte editoriali degli ultimi anni, “dov’è la Letteratura?”
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