Cose di cosa nostra, Falcone – Padovani

Scritto da: il 24.07.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Copertina @BurEsistono libri che valgono al di là delle recensioni e delle parole scritte, che testimoniano vite dense di significato e concetti talmente importanti da essere impossibili da sottoporre a qualsivoglia critica. Cose di cosa nostra, la lunga intervista di Marcelle Padovani a Falcone, è uno di questi straordinari documenti del nostro tempo.

Un documento che affronta senza falsi miti la realtà mafiosa in cui, dal sud al nord senza distinzione, siamo inseriti. Lucidissima l’analisi condotta dal giudice eroe che non ha mai pensato la mafia come ente a sé ma come organizzazione di uomini, spesso dotati di un intelletto acutissimo, non rozzi contadini come certa iconografia vorrebbe farci pensare.

Perché non c’è di peggio che circoscrivere cosa nostra ad una macchietta, considerarla come un fenomeno che si autoestingue nelle guerre di mafia, pensare che il suo silenzio corrisponda alla sua scomparsa. Non è scomparsa, è solo più stabile, più protetta e quindi più invisibile.

Ma adotta sempre le stesse strategie: dissuadere prima che uccidere. Denigrare, ledere la credibilità, screditare, in ultimo minacciare ed eliminare, se proprio necessario. Ma senza le voci grandi del nostro recente passato sembra non ci sia più l’opposizione largamente condivisa allo Stato-mafia. Sembra che ci siamo ridotti a cortei di piazza, lasciando soli quelli che lottano quotidianamente, che ricevono parole di conforto in abbondanza e poco aiuto.

Restano i singoli, mai abbastanza ringraziati, uomini di legge che fanno implacabilmente il loro mestiere. Già ai suoi tempi Falcone non si considerava che questo; e per il suo lavoro, costellato di quella umanità e cultura che traspaiono dalle sue parole, è stato attaccato, a volte anche dai suoi colleghi e dallo Stato di cui è stato servitore con orgoglio.

Strano pensare che gli abbiano riservato maggiore rispetto i pentiti che i giornalisti, i mafiosi che i colleghi, salvo poi trasformarlo in un eroe postumo, osannarlo e tributargli onori quando ormai la sua lotta personale era conclusa. Eppure eroe lo era sempre stato: eroismo non è incoscienza, ma è saper portare a termine il proprio dovere anche quando si è coscienti di tutti i pericoli cui esso conduce.

Fa male, ad un siciliano di oggi, leggere questo libro e accorgersi di quanto poco cambiamento ci sia stato; fa male pensare che ci sono best-sellers che dilagano e che invece questa testimonianza di ciò che siamo sia riservata ad una nicchia di persone. Sarebbe ottimo come testo scolastico, per comprendere quanta logica dello stato-mafia si sia trasmessa allo stato e viceversa.

Leggetelo, parlatene, regalatelo, bookcrossatelo: non cancellate la sua memoria.

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