Le parole che non ti ho detto: Pinter il “reticente”

Scritto da: il 22.01.09
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Quando, nell’ottobre del 2005, seppi che il nobel per la Letteratura era stato assegnato al drammaturgo britannico Harold Pinter (1930-2008), rimasi un po’ sorpreso ma contento. Avevo letto alcuni suoi drammi per gli esami universitari: The Birthday Party (Il compleanno, 1957), The Caretaker (Il guardiano o Il custode, 1959), The Homecoming (Il ritorno a casa del 1964 che a me è sempre piaciuto tradurre col titolo di un film con Walter Chiari: La rimpatriata).

Testi non difficili anche in originale ma, nonostante l’aiuto di qualche introduzione critica, non facili da afferrare. Che cosa voleva dirci l’autore con quelle situazioni apparentemente tranquille, almeno all’inizio? Battute di conversazione che scaturivano da una banalità quotidiana e che via via facevano intravvedere il mostruoso quanto minaccioso vuoto che le sosteneva facendo altresì comprendere l’assurdità e l’inutilità della comunicazione stessa che, se non fosse stato proprio per la banalità di quelle parole si sarebbe ridotta al silenzio.

E questo, al contempo, riduceva e riduce i personaggi a mere individualità racchiuse in sé. Bene coglie l’Accademia di Svezia motivando il nobel conferitogli: “nelle sue commedie [egli] scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell’oppressione”. Quelle “chiacchiere di tutti i giorni” da cui traspare l’oscura materia dei nostri universi interiori. Inconscio e le sue ignote pulsioni? Probabile.

Ciò capita anche all’amico Beckett (1906-1989), benché questi crei ambientazioni, atmosfere e situazioni ancor più rarefatte tanto da diventar emblematiche e simboliche. Chi porta all’estremo la banalità delle conversazioni, “ le chiacchiere di tutti i giorni”, così sfociando in quella ch’egli stesso chiamò antipièce, anticommedia è Eugène Ionesco (1909+1994) che nel 1950 presentò La Cantatrice Chauve, (La cantatrice calva) frutto a suo stesso dire di una rielaborazione di un manuale di conversazione inglese, comprato e studiato anni prima.

È comune ai tre menzionati un lavoro essenzialmente e necessariamente incentrato sul linguaggio, non sulla trama o sulla scena che, per lo scopo diventano e sono irrilevanti. È questa, sostanzialmente la rivoluzione del teatro dell’Assurdo; non più unità (aristoteliche se ben ricordo) di spazio, di tempo e di azione o sviluppo di una situazione, climax e poi ricomposizione di una situazione calma come quella di partenza; soltanto voci, parole tra persone che sembrano comunicare ma per le quali, specialmente in Pinter, valgono e son più rivelatori, le pause, gli ambigui silenzi, le parole che non si son dette. E che l’autore – deceduto alla vigilia di Natale – non potrà più dirci.

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