Quando la vita di un uomo rispecchia quella dell’umanità, questi è un artista, in molti casi un poeta.
Accade poche volte e lo sbaglio di molti è credere che raccontare i fatti propri, in prosa e/o in poesia, sia di per sé cosa degna e soprattutto rappresentativa dei sentimenti dei più; è sovente una illusione più o meno pia, e, spesso, malgrado la buona fede dell’Autore, un pregiato elenco di luoghi comuni e di banalità.
E quello che NON è accaduto a Giuseppe Ungaretti (1888-1970) di cui ho ripreso quest’ampia e ottima antologia, Per conoscere Ungaretti, di scritti non solo poetici curata dal suo maggiore studioso: Leone Piccioni.
Al di là delle poesie “scolastiche”, Veglia del ’15, Sono una creatura del dell’agosto del ’16, Natale del dicembre del ’16 o Soldati del luglio di due anni dopo, ce ne sono altre posteriori (fine anni ’30 e poi, ’40) in cui i temi del dolore della condizione umana, della tensione esistenziale frutto di un bramoso soliloquio col Divino danno voce non solo al personale caso del poeta Ungaretti ma anche (e soprattutto) a tutti coloro che a quei temi son sensibili ma non han mai avuto “le parole per dirlo” .
Quell’immenso dolore, per esempio, (la morte di un figlio ancor bambino) divenuto universale l’han provato purtroppo molti; e basta leggere Gridasti: Soffoco e poi altre composizioni intorno agli anni 1939/40 e le parole son quelle, brevi, scarne, uniche; così dense e pregnanti che non sembra ce ne possano esser altre. Definitive.
E l’altro tema cui si è già accennato, a cui pochi san dare parole proprie: la condizione di creatura, umana, finita che però sente di far parte di un inumano disegno divino: più di una poesia è intitolata Dannazione a cominciare da quella datata 29 giugno 1916 per arrivare alla sconvolgente La Pietà del 1928 dove il grido dell’uomo e il silenzio di Dio si fronteggiano in una potenza poetica e un’eloquenza inaudite; dove anche gli spazi bianchi hanno un senso: cosa non rara in Ungaretti.
Sempre presente infine il tema della Morte intesa come distacco, o come fine ineludibile; dalle poesia di guerra fino a quelle scritte in età più avanzata dove il termine della vita sembra esser preferibile all’”odiosa” vecchiaia .
Ungaretti è considerato un “ermetico” per la presunta “oscurità dei suoi versi. A me non lo sembra poi tanto; altre poesie, di altri poeti mi son sembrate più “oscure”. Rimane comunque un esempio non difficile da capire di come vicende personali divengano talmente generali e universali da diventare patrimonio di tutti.
E questo accade soltanto poche volte; accade soltanto quando un poeta sa dare “Tra un fiore colto e l’altro donato” parole all’”inesprimibile nulla”. Tanto da diventare Eterno. In questo caso, allora – e solo in questo – un poeta lo è davvero.