Sempre più spesso, ci si trova ad aver a che fare con documenti più o meno ufficiali o comunque a doverci confrontare con persone che utilizzano, in riferimento alla disabilità, delle parole definite “politicamente corrette”, come la classica “diversamente abile”, abbreviata poi in “diversabile”. Naturalmente però non si fa caso che, dicendo “politicamente corretto”, si dichiara automaticamente che quel termine è “corretto” (elegante) sulla carta, ma non è per nulla detto che lo sia nella realtà.
In teoria, le intenzioni di chi ha inventato queste parole sono nobili: “non dare risalto alla condizione di svantaggio, vedere la cosa in modo positivo”. Il problema è:
che cosa si intende per “non dare risalto”, per “vedere le cose belle”? Dove sta scritto che un disabile viva in un mondo talmente marcio da aver bisogno che gli altri gli facciano vedere le cose che LORO ritengono belle? Nessuno pensa che lui se le possa trovare anche da solo, non negando però le proprie difficoltà oggettive?
Che bisogno c’è di nasconderci come gli struzzi, mettendo sotto la sabbia la testa ma lasciando il resto del corpo in bella vista?