Wunderkind – Una lucida moneta d’argento, D’Andrea

Scritto da: il 27.04.10
Articolo scritto da . Non c'è Compagnia senza un elfo, perciò - aderendo al contratto nazionale delle Orecchie a Punta - eccomi qua. Ho anche un nome normale, Alessandra, ma quelli che mi chiamano così si contano sulla punta delle dita. Voglio salutare papà, mamma, e tutti quelli che mi hanno permesso di arrivare fin qui...cosa? Non è il Festival di Sanremo? E va be', dai, siate buoni!!! ;)

WunderkindChi girovaga per la rete e incappa in un link collegato a GL D’Andrea è spesso testimone di manifestazioni agli antipodi: o odio sfrenato o incondizionata ammirazione. Partendo dal presupposto che il giudizio su un libro non debba essere dettato da opinioni sulla persona piuttosto che sul testo, devo ammettere che quest’aura da “Ivan il Terribile” del’autore ha attirato la mia curiosità più delle precedenti recensioni sul suo romanzo: Wunderkind, edito da Mondadori.

Personalmente ho trovato questo romanzo godibile per diverse ragioni, benché non privo di difetti: intendo sottolineare sia i punti di forza che quelli deboli, a costo di attirarmi addosso i Caghoulard (^_^).

La storia si svolge in una Parigi malata e fumosa, una sorta di contraltare alla città romantica a cui siamo abituati. Qui il piccolo Caius Strauss (sì, ci sono nomi tedeschi in un contesto francese; sì anche io ho pensato fossero un po’ incongruenti…a cuccia Caghoulard, non ho ancora detto niente di male!) vede la sua vita sconvolta dall’incontro con un viscido uomo che risponde al nome di Herr Spiegelmann, che gli dona una moneta d’argento.

Caius tenta invano di liberarsene ed essa lo conduce nel ventre nascosto di Parigi, il Dent De Nuit, un quartiere fuori da ogni mappa dove la magia (o Permuta, che dir si voglia) esiste ed i maghi (o Cambiavalute) vivono al fianco di ladri, licantropi,spadaccini e chi più ne ha più ne metta. Una volta penetrato nell’oscurità di questo mondo, il ragazzino deve tentare di sopravvivere e si allea perciò con uno sparuto gruppo di “fuori casta”: il lupo mannaro Buliwyf, la sua amata Rochelle (una Rarefatta, interessante e dolorosa figura a metà tra l’ombra e la luce, impossibilitata a toccare chiunque), il potente mago Pilgrind, il misterioso guerriero Gus Van Zant.

Nessuno di loro sembra avere le idee chiare su cosa sia il bene e che cosa sia il male, ma l’obiettivo è comune: distruggere Herr Spiegelmann, cambiavalute di immane potenza in cerca del dominio sul mondo. La lotta contro questa minaccia, che si avvale di un esercito di mostri chiamati Caghoulard, è il cuore narrativo del racconto, insieme alla vicenda personale di Caius che deve trovare se stesso e capire cosa significhi essere il Wunderkind.

Primo punto debole: cosa significhi essere un Wunderkind non lo sappiamo nemmeno noi, perché questo è il primo libro di una trilogia e non è autoconclusivo. Grrr. Pazienza, tanto avrei letto comunque anche il secondo, dato che l’avventura è capace di catturare.

La storia così come l’ho riassunta potrebbe richiamare un Harry Potter qualsiasi; posso assicurare che non è così: a differenziare l’impianto già sentito  Prescelto si allea con Fantastici Amici per sconfiggere il Male – è l’atmosfera e, se c’è una dote inconfutabile di questo autore, mi sembra proprio quella di saper costruire il pathos e creare empatia con il lettore.

I personaggi, come ho già accennato, non sono standardizzati come potrebbero apparire nel mio rapido elenco; infatti, benché ci siano echi tolkeniani in Pilgrind e il licantropo sia costretto a lottare tra la sua parte umana e la Bestia, nessuno degli eroi può chiamarsi propriamente tale: non sappiamo cosa hanno passato prima di riunirsi al Dent De Nuit, ma tutto fa pensare che non siano così felici che il Wunderkind possa sopravvivere. Gli interrogativi lasciati in sospeso possono risultare fastidiosi, ma bisogna ammettere che siano un incentivo non indifferente a divorare il secondo volume.

Il vero punto debole del testo, secondo me, è da ricercare in un particolare stilistico: D’Andrea è preda talvolta del demone della “ripetizione di concetto”. A volte si tratta di termini ripetuti, altre di insistenza su particolari già descritti o su temi già espressi, di solito attraverso un’iperaggettivazione che non può essere sempre voluta per questioni artistiche: per esempio, spesso nelle sue descrizioni troviamo l’inserimento di un aggettivo, poi una virgola, poi un altro aggettivo un po’ più specifico; questo non è di per sé un errore, ma secondo me appesantisce la lettura e, soprattutto, mette in secondo piano la ricercatezza linguistica con cui il testo è costruito. Se andando avanti GL acquisisse più “agilità” potrebbe davvero gareggiare coi grandi in quanto a visionarietà e capacità di calare il lettore nelle atmosfere desiderate.

Un ultimo appunto: solitamente si trova Wunderkind negli scaffali per ragazzi; ebbene, non lo farei leggere ai bambini perché alcune scene sono da puro romanzo horror. Una bella commistione di generi, dunque, il cui seguito, per fortuna, è già al sicuro nella “Torre di Pisa” sul mio comodino.

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