Bisogna essere più che abili a riproporre un motore narrativo usato ed abusato senza farne un testo scadente o banale. Abilità tanto più grande quando si innestano nella trama riflessioni di portata e carattere universale che vadano al di sopra del lapalissiano. Saramago sembra possedere quest’abilità e molte altre.
Le intermittenze della morte è il primo che leggo, non per pigrizia ma per scelta: tanto quanto sono convinta che ci sia un libro giusto per ognuno sono altresì convinta che ci sia un momento giusto per ogni libro, ed ho aspettato che per me lo fosse. Mi aveva incuriosita il triangolo virtuoso che compie con il mio autore prediletto, chiaramente Borges, e con un altro che apprezzo molto, Pessoa; ma di questo parlerò in un’altra recensione.
Il tema stavolta è esplicito, a cominciare dal titolo e dall’incipit. Scorre lungo le duecento pagine di scrittura torrenziale, trascinato da un linguaggio intricato senza essere ostico. Più d’ogni altra è questa la peculiarità del libro, un lingua densa, pastosa, fluida, singificante.
La morte ha sempre generato riflessioni, dall’eutanasia alla demografia. Ma raramente aveva condotto con sé pensieri sulla politica, sul rapporto stato/mafia, sui simboli sterili, utilizzati con opportunismo quando è necessario distogliere l’attenzione, sulla chiesa come distributore di “analgesico spirituale”.
Ho indugiato a lungo durante la lettura. Come quando mi accade di inciampare in un grande autore mi chiedo come abbia fatto a tradurre il mio sentimento personale in un sentimento universale. E farlo sembrare così semplice. Non lo si cavalca, questo romanzo. Non è immediato. Non fa nulla per piacere al suo lettore.
Tuttavia mi ha affascinata, affabulata. L’ho chiuso con una indefinita inquietudine, con la certezza che lo riaprirò. Non so per quale meccanismo della mente mi ha ricordato Ungaretti, nel suo “l’uomo è un punto tra due infiniti oblii”. Ecco, questo romanzo mi ha fatta sentire un punto.
Ammetto che non è una buona sensazione da addurre consigliando un libro: la verità non si può sempre ammantare di bello. Forse questo è il quid in più che me l’ha fatto amare, e considerare sublime: il non-bello che va verso l’infinito.
[...] di essermi innamorata di Saramago al primo suo romanzo che ho letto, e di avere comprato l’opera completa a scatola chiusa. Nonostante la prosa complessa, o [...]