Aprendo qualsiasi romanzo di Dick si è portati a cercare quegli elementi fantascientifici che ne hanno caratterizzato l’opera. Nel caso di Un oscuro scrutare sarebbe una ricerca vana, nonché superficiale. Perché è vero che contiene qualche elemento futuribile, ma è solo una maschera metaforica per camuffare la contemporaneità che descrive.
Il romanzo è infatti largamente autobiografico, il protagonista non è che uno dei volti dell’autore, nelle sue sfaccettature. Persino i comprimari sono ritagliati, per stessa ammissione di Dick, su suoi amici reali e sul loro vissuto comune.
Il contesto, anche se sullo sfondo di un ipotetico futuro, o, più correttamente, di una ucronia distopica, è quello della cultura americana del ‘70, con i perbene da una parte e i tossici dall’altra. Questi ultimi, come paria moderni, vicini e intoccabili. E qualche persona, confusamente, a fare da ponte fra due realtà che desiderano primeggiare moralmente l’una sull’altra.
Bob Arctor (actor, attore), il protagonista, è un personaggio manicheo, con un forte senso di giusto e ingiusto, e che sceglie, per seguire il giusto, il sentiero che lo porterà alla perdita di se stesso, rinunciando ad essere un individuo senziente; più che perdita, però, si tratta di perdizione.
Perdizione è in effetti il termine esatto: il romanzo è infatti pervaso dal senso di colpa, di punizione e castigo divino, da un complesso impianto teologico di stampo cattolico, dichiarato dal principio sia nel citare i santi, sia nelle scelte ed argomentazioni dei personaggi.
Bob si sdoppia e sceglie di stare tra i “peccatori”, per scoprire la fonte del peccato, impersonato dalla Sostanza M. Se vogliamo è del libero arbitrio che si parla, il regalo e la condanna della scelta del proprio percorso. Nessuno dei personaggi è predestinato, anche se per tutti esiste un disegno.
Nel progressivo smarrimento, dovuto alla droga M, Arctor perde la sua individualità, diventando molti sé, separati e sconosciuti, con sempre meno contatti tra loro, tanto da risultargli impossibile risalire al suo vero io, ed infine a raggiungere una qualsiasi forma di coscienza.
Oscuro questo testo lo è di nome e di fatto; una oscurità che attiene alle tenebre dell’animo umano, espresso da pensieri plumbei, non solo come aspetto ma come densità. Una scrittura sofferta, falsamente confusa e terribilmente lucida, che scandaglia il cervello umano, contestando la teoria della gestalt che la mente sia una ed una sola.
È un libro inquieto, intenso, di non facile accesso. Credo sia stato questo a conquistarmi, e convincermi che sia il più autentico Dick che io abbia letto.
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