Tiro fuori dalla libreria Lo zen e il tiro con l’arco; odora vagamente di umidità e di quella specie di muffa giallina che i libri non troppo arieggiati fanno. Lo so che è arrivato alla 37a edizione, ma ha il suo fascino anche così, vecchio e un po’ ingiallito, con la rilegatura ormai incerta.
Le prime venti pagine sono un tentativo razionale di spiegare perché non è possibile spiegare lo zen. Sembra una stupidaggine ma è la verità. Una coscienza occidentale ha difficoltà anche solo a concepire i fondamenti, innati per gli orientali, di questa filosofia. Non si può comprendere se non lo si è esperito.
Poi Eugen Herrigel compie l’unica scelta possibile, ovvero raccontare l’esperienza particolare cercando di far emergere l’universale dalla narrazione della sua esperienza. Compito arduo poiché si scontra con la difficoltà di dire ciò che non può essere detto e doverlo fare con un linguaggio inadeguato perché semioticamente troppo distante.
Si avverte, nella lettura, l’incertezza e la difficoltà di rendere su carta il moto spirituale vissuto, il mistico insito nella meditazione. Mai come in questo caso la lingua diventa un impedimento alla comunicazione, benché l’autore abbia ben chiaro il suo messaggio.
Non significa che non lo sappia scrivere, anzi, il tentativo è egregio. Semplicemente quel che vuole spiegare è, per sua natura, refrattario all’essere detto.
Per chi ha avuto un contatto diretto con la filosofia orientale, zen o meno, è chiaro il senso; per chi non ha avuto questo piacere, o fortuna, è un buon modo per avvicinarsi ad una cultura, ad una filosofia, che merita il massimo rispetto.
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