Uno di noi – Casa, dolce casa, Fante

Scritto da: il 13.02.09
Articolo scritto da . Ventisette anni portati male. Editor, editore, rockstar (fallita), sceneggiatore di fumetti, professore d'Italiano e autore di racconti, ecco alcune delle mie tante vite. Attualmente suono con i Gammazita e dedico gran parte del tempo che ho a disposizione alle mie passioni: i libri, le chitarre e la mia ragazza (rigorosamente in quest’ordine). Gattofilo impenitente, sono fermamente convinto che all’estinzione del genere umano i felini domineranno la Terra.

Uno di noi - John FanteQualche mese fa dedicai un post a John Fante, probabilmente uno dei maggiori autori italo-americani. In quell’occasione presi spunto da alcuni video presenti su youtube, tratti da una puntata di un vecchio programma televisivo; se in quel frangente la figura e l’arte di Fante ci venivano raccontati da Capossela e Veronesi, in pellegrinaggio a Torricella Peligna, paese d’origine dello scrittore, ecco che oggi parlerò di due suoi racconti: Uno di noi (One of Us) e Casa, dolce casa (Home, Sweet Home).

Le due brevi novelle sono raccolte in un libricino allegato a L’Espresso della scorsa estate, ed hanno l’indubbio pregio di dare un saggio delle caratteristiche della scrittura di Fante, soprattutto perché presentano, a fronte della traduzione in italiano, il testo originale in lingua madre.

Uno di noi è un racconto fortemente autobiografico, che rievoca la morte di un cuginetto dello scrittore, investito da un camion mentre andava in giro in bicicletta. In Casa, dolce casa Jimmy, uno scrittore italo-americano in cerca di fortuna, sta per tornare a rivedere la sua famiglia, dalla quale si è emancipato per poter seguire le sue ambizioni letterarie.

Anche in questo secondo racconto è palese la componente autobiografica e ancor maggior è l’identificazione di Fante con la figura del protagonista-narratore, che prefigura la nascita di Arturo Bandini, l’alter ego per eccellenza del nostro scrittore, protagonista dei suoi romanzi di maggior successo come, ad esempio, il celebre Chiedi alla Polvere. Dai due racconti sopracitati, scritti, rispettivamente, nel 1934 e nel 1932, traspare il talento di Fante per la descrizione degli ambienti, e una capacità non comune di ricreare atmosfere, sensazioni e passioni.

Il mondo dello scrittore è quello degli immigrati di prima generazione, figli di uomini e donne che avevano vissuto il trauma del distacco dalla terra di appartenenza ed erano giunti negli Stati Uniti in condizioni di estrema povertà (le famose valigie di cartone). In questo contesto si scontrano senso d’appartenenza e voglia di abbracciare nuove realtà, nuovi mondi. Questo dualismo è ben esplicitato in Casa, dolce casa, nello scontro generazionale tra padre e figlio, ormai quasi sanato da quei giochi di sguardi e di silenzi ben noti ai meridionali (me compreso).

Riprendendo, e parafrasando, un post di due settimane fa, potremmo definire l’opera di Fante come un perfetto esempio di scrittura broken-american, ossia la letteratura figlia dell’immigrazione. A tal proposito è utile approfittare della presenza, all’interno del libricino, del testo originale per poterne saggiare la consistenza letteraria: uno stile semplice, diretto, secco, ma capace di rendere appieno i luoghi in cui si muovono i personaggi e di restituirci i loro umori senza troppi fronzoli o inutili giri di parole.

Un’ultima breve considerazione va fatta riguardo all’importanza di leggere autori come Fante che, narrando di italo-americani, di immigrati con difficoltà di inserimento in un tessuto sociale a loro estraneo e spesso ostile, dovrebbero essere in grado rammentarci di quando ad essere stranieri erano i nostri nonni, e soprattutto aprirci gli occhi su come sia inevitabile, ma non per questo disdicevole, trovare differenze, anche sostanziali, negli usi e costumi di chi, oggi, viene in Italia in cerca di fortuna.

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