Da molto non leggevo un racconto scritto con la tecnica della metasemantica; in effetti non è una scelta semplice, né per l’autore, né per l’editore, né, tantomeno, per il lettore. In questo caso operata per dare un peso maggiore ad una allegoria moderna.
Il Centro commerciale cui il titolo fa riferimento è una creatura dell’immaginario, irriconoscibile se non per la divisione in corsie e l’esposizione delle merci. Queste ultime, però, spaziano dall’improbabile al disgustoso.
La protagonista, anonima, è l’unico parlante tra persone totalmente afone, benché il suo linguaggio sia monco e balbettante. Con i suoi occhi si visita questo mondo come attraverso un caleidoscopio guasto che rimanda immagini deformi, oggetti grotteschi.
Alcune descrizioni, al di là dell’uso giocoso della lingua, sono dure e concrete, lasciano un leggero malessere, non solo perché effettivamente crude, ma anche perché è quasi immediato il parallelo reale cui fanno riferimento.
Ciò che ogni elemento rappresenti nella mente dell’autore è difficile a dirsi: caratteristica della metasemantica è infatti che ognuno possa riempire i termini con i propri significati, rendendoli, di fatto, polisemici. Il lettore, quindi, come in un vero centro commerciale, è chiamato a crearsi un percorso ideale di senso.
Scelta apprezzabile, quindi, quella di inserire un glossario a chiusura del libro, non a spiegare ogni termine ma a chiarire quelli cruciali per la comprensione del testo. Perché un esperimento di scrittura può aver bisogno, alle volte, di qualche spiegazione.
[...] Quattro chiacchiere con Mario Favini, autore di Centro commerciale. [...]