Tragedia dell’Infanzia, Savinio

Scritto da: il 29.09.09
Articolo scritto da . Marzia, vent'anni, studentessa di Letterature europee moderne. Ha acquisito il senso dell'orientamento contemporaneamente a quello critico grazie all'Università La Sapienza. Londinese in una presunta vita precedente. Lettrice, scribacchina e blogger. Se credesse nel Paradiso, lo vorrebbe come quello dei sogni di Virginia Wolf.

tragedia dell'infanzia - Alberto SavinioIn questo blog mi è già capitato di dire due parole su un certo Alberto Savinio alias De Chirico-ma-non-Giorgio (per chi non capisse, consiglio uno sguardo indietro). Ebbene si dà il caso che questo signore, che forse non per caso fu detto “insieme a Pirandello, il più grande del nostro Novecento” da un altro signore che si chiama Leonardo Sciascia, ne abbia scritti diversi di capolavori.

Per restare sulla cresta dell’onda retrò-chic ho pensato di spendere un altro paio di parole su un altro capolavoro. Si chiama Tragedia dell’Infanzia e l’ha ristampato Adelphi qualche anno fa.

Cominciamo col dire che è un romanzo e… no anzi, momento, in realtà è che sembra un romanzo. Più che altro è una specie di mosaico di frammenti, accumulati dal 1919 (l’amico Savinio aveva 28 anni, per capirci) agli anni ’40 e poi magicamente andati tutti a finire al posto giusto, a disegnare una trama che sembra messa insieme in un istante solo e una serie di fantasmagorie da far rizzare i capelli al vostro psicanalista.

Lo si scopre dalla bella nota finale di Tinterri, che disfa il puzzle come chirurgo e dà un’idea di come la ricerca dello spontaneo, del fanciullesco, dell’istintivo non sia per nulla un percorso da poco. Già, perché come spesso accade con il fratello del grande Giorgio (sempre De Chirico, s’intende), qui parliamo di memoria, di forma dell’informe e coscienza dell’incosciente, di – naturalmente – infanzia.

Il bambino (anzi, sé stesso da bambino) è il personaggio-mondo da cui esplodono le migliori pagine di Savinio. E il bimbo di questo libro è speciale, aristocratico eppure molesto, un po’ greco, un po’ italiano, un po’ tedesco come la sua tata,  piccolino eppure mosso da appetiti innominabili. I suoi amici, quelli che a lui sembrano amici ma che poi, magari per un nonnulla, diventano mostri spietati, sono divinità e creature mitologiche nascoste negli ordinari esseri che popolano la Grecia contemporanea.

C’è il canarino Leonida, catturato per capriccio e poi lasciato andare come un ferro rovente; Diamandi, lo strano servitore che parla con il fuoco e produce magie naturali, il cui sonno è un’esperienza visiva clamorosa per gli occhi disabituati alla morte del giovanotto; e poi c’è la Dea, l’ambiguo e rutilante femminino che compare sul palco del teatro “Lanarà” e poi esonda. E dilagando come un uragano si porta il ragazzino sul fondo del mare, apparendo come un manichino meccanico in acque amniotiche, mostrando un’aurora desolante in cui rimangono sulla spiaggia solamente i giocattoli abbandonati dagli uomini e da cui partono gli argonauti, un’altra volta, in cerca non si sa bene di cosa.

Vi ho messo paura? Lasciate stare tutte queste chiacchiere allora, e fatevi un giro su google in cerca dei quadri di Savinio. Tragedia dell’Infanzia è una specie di piccolo museo delle sue opere a cavallo degli anni ’30. Condito con colpi di genio (il medico strillone, prima mito e poi odioso rompiscatole; il tappeto del salotto che si anima per ghermire i piedini; la strana comparsa di un Apollo femmina) e un meraviglioso stile maturo.

Se poi siete appassionati potete anche godervi l’appendice con “sul dorso del centauro”, un ipotetico prosieguo della storia ricostruito da vari appunti, per lo più ritrovati sul dorso di volantini pubblicitari. Una specie di contenuto extra, con l’avventura del bambino alla ricerca della cima del monte Pelio (il Pelione, quello di Achille, che stava proprio davanti alle finestre di casa De Chirico) dove per i nostalgici più sbarazzini entrerà in scena un inedito Chirone…

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