Suite Francese, Némirovsky

Scritto da: il 30.09.10
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Suite franceseMolte cose già sappiamo su questa scrittrice morta prematuramente a 39 anni e venuta alla ribalta, tutto sommato, da pochi grazie alla volontà di farla conoscere delle figlie Denise e Élisabeth. Questi di cui qui parliamo sono i primi due di un’opera che, nelle intenzioni e nel progetto dell’autrice, avrebbe dovuto esser costituita da cinque romanzi. Tratta, nel primo – intitolato Temporale di giugno – della fuga da Parigi e da altre città dei civili a seguito dell’invasione tedesca della Francia. Nel secondo – intitolato Dolce – tratta dei rapporti degli abitanti di Bussy, un provinciale paesino di campagna, con l’invasore.

Temporale di giugno presenta i vari personaggi, famiglie alto, medio borghesi e le loro vicende utilizzando splendidamente la tecnica narrativo-filmica del montaggio alternato; d’altronde, l’autrice già l’aveva annotato nel proprio diario nel 1942: «La mia idea è che la vicenda si svolga come in un film» e al cinema e al suo ritmo nel raccontare più volte farà cenno nel diario. Ne risulta, dal punto di vista del lettore, una sorta di meravigliosa treccia di episodi e di esistenze che s’incontrano, si sfiorano, mentre l’Autore, onnisciente, si nasconde o si presenta e agisce sotto forma del Caso: la forma più classica, più tradizionale e, probabilmente, la migliore per certi tipi di romanzi.

La descrizione dei personaggi è talmente misurata, plastica, realistica, che li sentiamo subito vicini e ci pare addirittura di esser loro magicamente accanto. Ce n’è per tutti gusti: l’altolocata Famiglia Péricand, imparentata con altre grandi Famiglie francesi, con le sue manie, le sue pretese, con i figli idealisti anche fino alla morte. Oppure i Michaud, gente semplice, semplici impiegati di banca, laboriosi, sottomessi, un po filosofi. O il grande scrittore che cerca di trarre il meglio dalla propria notorietà; o le amanti di uomini tanto ben sposati quanto facoltosi, donne a cui il conflitto mondiale in corso non importa più di tanto, poiché son ben consce che le proprie armi ed arti femminili valgono ben più delle armi convenzionali per ottenere agevolazioni, favori e comodità pur nel generale inevitabile disagio: basta che la guerra non faccia sfiorire o svanire la loro bellezza.

In Dolce, si diceva, i tedeschi sono arrivati e devono acquartierarsi occupando palazzi istituzionali per imporre la loro amministrazione ma anche stanze nelle case dei vinti con i quali, in questo modo, devono instaurare bene o male dei rapporti. Ed è nel descriverli che la Némirovsky dà il meglio della sua capacità di penetrazione psicologica e conoscenza dei sentimenti umani creando sotto il profilo narrativo un perfetto equilibrio tra destini collettivi e destini individuali.

Era ciò a cui l’autrice più teneva. Stupisce che, pur nella consapevolezza, in quanto ebrea, di essere sempre in pericolo, la Nemirovsky non presenti mai il tedesco come il «cattivo» (non mi ricordo di aver letto la parola «nazista»): sono giovani che, per quanto sostenuti dall’ideologia e dall’orgoglio del vincitore, son pur sempre esseri umani strappati alle proprie famiglie, ai propri affetti, alla propria semplice vita quotidiana, al pari degli invasi; da ambo le parti, ci sono nostalgie, apprensioni per i propri cari – prigionieri, defunti eroicamente oppure no, dispersi – solitudini, furbizie, disonestà e desiderio di un po’ di calore umano. La guerra ha travolto tutti eppure ha fatto comprendere molte cose. Lucile, uno dei personaggi meglio tratteggiati del libro (ma ce ne sono di meno ben tratteggiati?), verso la fine del romanzo riflette:

È risaputo che l’essere umano è complesso, molteplice, diviso, misterioso, ma ci vogliono le guerre o i grandi rivolgimenti per constatarlo… Solo chi ha osservato gli uomini e le donne in un periodo come questo può dire di conoscerli – e di conoscere se stesso.

Nei citati diari, l’autrice abbozza quello che sarà il piano dell’intera opera. Le saranno necessari cinque romanzi, uno già terminato, il primo, il secondo in stesura, il terzo, Captivité già ben delineato in mente e gli ultimi due non ancora messi ben a fuoco. L’arresto il 13 luglio 1942, la successiva deportazione in Germania e l’eliminazione nel campo di sterminio di Birkenau poco più di un mese dopo, il 17 agosto, ci ha impedito di leggere gli ultimi tre e, più in generale, ci ha impedito di assaporare i frutti letterari di una scrittrice ormai professionalmente matura, originale e sensibile nella sua visione del mondo e nella sua poetica. Meno male che ci restano tra pubblicate in vita e postume in tutto una quindicina di opere quasi tutte tradotte nella nostra lingua.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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