Storie di cronopios e famas, Cortazar

Scritto da: il 08.09.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Copertina @EinaudiCoincidenza vuole che tutti gli autori che mi attraggono abbiano in qualche modo attinenza col mio favorito, vuoi per affinità culturali, letterarie o fisiche. Nemmeno Cortázar fa eccezione.
Eppure nello scegliere Storie di cronopios e famas avevo seguito un criterio tutt’altro che letterario.

Lo potremmo definire anzi criterio simpatico, in senso etimologico, perché mi ha spinto all’acquisto il titolo ambiguo, unito all’illustrazione della copertina (e poi in quarta di copertina aveva una recensione di Calvino); non è un metodo oggettivo, ma ogni tanto questo tipo di acquisti appagano la parte istintuale piuttosto che quella colta di ognuno di noi.

La scoperta è che ho portato a casa con me un ottimo autore, andando a colmare una mia grande ignoranza; un uomo che attraversa e si lascia permeare dal fermento culturale argentino della prima metà del secolo, produttore di grandi opere in tutte le arti.

La vita di Julio Cortazar è quella di un enfant prodige, con grande capacità di apprendimento ed estro manifestati sin dall’infanzia. Riscuote l’ammirazione di Borges e Calvino, con cui condivide la passione per l’iperromanzo.

Quest’opera in particolare, Storie di cronopios e famas, non si può ritenere né un romanzo né una raccolta di racconti; è più facile considerarlo un antesignano dell’ipertesto, i cui rimandi interni ed esterni stravolgono il senso convenzionale della lettura.

La scrittura attinge a piene mani dal surrealismo,  come “automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale” (Manifesto surrealista).

Il che si traduce in un gusto per il paradosso, per il rovesciamento del convenzionale e per una concretizzazione dell’onirico. Cronopios e famas sono stati spesso etichettati come disordine ed ordine, creatività e razionalità, ma questo, come avvisa lo stesso Calvino nell’introduzione, è un metodo di classificazione riduttivo.

Tutta la prima sezione di Istruzioni è straniante nella sua assurda sensatezza (sembra un ossimoro ma vi assicuro che leggendo è proprio questa la sensazione). E mentre le Occupazioni insolite e Materiale Plastico ci strappano il sorriso per distacco, le effettive Storie di cronopios e famas danno da pensare.

La scrittura è quasi sempre lineare, come si addice ad un testo non-lineare: se entrambi i percorsi fossero intricati o paradossali la leggibilità ne sarebbe irrimediabilmente compromessa. Specialmente nelle Istruzioni la scrittura sembra mirare a quel barthesiano grado zero, difficile ma non impossibile.

Lo stile richiama alla mia mente quello del Borges delle Finzioni, anche se applicato ad un microcosmo invece che al macrocosmo. Sono piccoli casi, esperienze di poco conto quelle narrate da Cortázar. Eventi però di cui sembra sfuggire la reale portata allegorica.

Il cronopio ed il fama non sono facili da identificare, né facile è decidere per quale parteggiare. Unici personaggi lineari sono le Speranze, ma hanno poco spazio narrativo. Come già detto ogni tentativo classificatore riduce la portata dell’invenzione di questi “oggetti narrativi” tanto particolari.

Forse è proprio in questo la loro bellezza: affascinare con la loro scarsa plausibilità, con i loro gesti dal misurato all’incosciente. Un po’ come tutto il libro.

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