Sangue misto, Russo

Scritto da: il 19.06.09
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Sangue misto – Albert RussoUna storia che è in realtà tre storie, o meglio tre punti di vista, in Sangue misto. Tre umanità atomizzate, un ragazzo, un uomo e una donna che raccontano il loro vivere insieme, giorno per giorno, e il loro interagire con un mondo spesso estraneo, quando non ostile.

Sembrerebbe la storia più banale del mondo, non fosse che l’ambientazione e i personaggi descrivono, nel loro parlare di sé, le vicende dell’indipendenza congolese dal Belgio, la fine di un’era coloniale; e se questo discorso non ci arrivasse da un autore come Albert Russo, nato in Africa e vissuto poi anche in America ed Europa, uno scrittore che conosce bene le vicende tanto da disegnare personaggi reali.

Spesso infatti, sembra che la narrazione del protagonista si fonda con lo sguardo dell’autore, che assuma una posizione più autobiografica, raccontando turbamenti e difficoltà vissute in prima persona nei difficili anni della crescita. Non implica però una narrazione diaristica, perché lo sguardo è sempre tanto ampio abbracciare tutti i personaggi.

Leopold è il sangue misto del titolo, un ragazzo a metà fra il nero e il bianco sia fisicamente sia culturalmente, cui è impossibile appartenere a uno dei due gruppi: emarginato dai neri per i suoi usi e la sua lingua, emarginato dai bianchi per il colore della sua pelle. Ma non è l’unica figura emarginata del libro. Il secondo narratore, infatti, M’sieur Harry, vive una sorta di esilio volontario, la sua omosessualità è vissuta, coerentemente rispetto agli anni Cinquanta, il tempo del racconto, con un misto di vergogna e colpa, col desiderio di essere accettati e la necessità di restare nascosti.

Infine Mama Malkia, fiera come il suo nome le impone (il significato approssimativo è regina madre), lontana dagli usi tribali ma anche dalla passiva accettazione della condizione inferiore riservata ai neri dai bwana. A suo agio in questo nucleo così stravagante, è lei a tenere vivo il legame della famiglia. Dai loro scambi emerge la quotidianità della vita coloniale, i rapporti e le differenze tra i colonizzatori e gli autoctoni; le loro vicende umane raccontano anche quelle di un paese che si affranca dal suo conquistatore, che cerca di trovare una dimensione di unione tra la tradizione, l’armonia tribale e il modo occidentale.

Russo è molto equilibrato nell’affrontare questi temi, rifuggendo il facile gioco di rappresentare gli occidentali come cattivi e gli africani come portatori di sani valori. Riesce a riconoscere e mettere in risalto le cose buone che il Belgio portò in Congo (scuole, ospedali, infrastrutture) ma anche a parlare della spinta indipendentista senza esaltazioni.

Per quel che riguarda la scrittura, beh, è inaspettata: l’autore ha un’incredibile duttilità nel cambiare toni, modi e registri, adeguandoli alle varie esigenze. Ho l’impressione che la traduzione non sia sempre perfetta, ma l’edizione è veramente bella e curata, per non parlare della copertina, che ha anche un’ottima scelta di carta.

Insomma, il libro adatto per colmare le nostre lacune sulla storia recente di un paese (e di un continente) che conosciamo davvero troppo poco.

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