Ritorno a casa – La tregua, Levi

Scritto da: il 09.01.09
Articolo scritto da . Ventisette anni portati male. Editor, editore, rockstar (fallita), sceneggiatore di fumetti, professore d'Italiano e autore di racconti, ecco alcune delle mie tante vite. Attualmente suono con i Gammazita e dedico gran parte del tempo che ho a disposizione alle mie passioni: i libri, le chitarre e la mia ragazza (rigorosamente in quest’ordine). Gattofilo impenitente, sono fermamente convinto che all’estinzione del genere umano i felini domineranno la Terra.

La tregua, Primo LeviNon molto tempo fa mi sono occupato di Se questo è un uomo, la più nota tra le opere di Primo Levi; oggetto del mio post settimanale sarà invece un altro testo dello scrittore piemontese, La tregua.

Mentre ho sempre considerato Se questo è un uomo alla stregua di un documento, di una lucida testimonianza, La tregua può essere inserito, a tutti gli effetti, nel filone dei romanzi di viaggio, anzi personalmente lo ritengo un grande romanzo di viaggio.

Pubblicata nel 1963, l’opera vince la prima edizione del premio Campiello e narra del viaggio di ritorno dai campi di concentramento che Levi e gli altri deportati dovettero affrontare una volta liberati; una piccola odissea che li portò ad attraversare Polonia, URSS, Romania, Ungheria e Austria (almeno per quanto concerne gli italiani).

Scritto quattordici anni dopo Se questo è un uomo, La tregua descrive con un linguaggio fresco, a tratti anche divertente, ma sempre preciso, fatti grandi e piccoli della quotidiana lotta per la sopravvivenza. Malnutriti, malati, non tutti i sopravvissuti riuscirono a passare indenni i mesi che trascorsero dalla liberazione al ritorno a casa, ma nonostante ciò il romanzo trabocca di vita e di una fantastica e variopinta schiera di personaggi come Cesare, il signor Unverdorben, o il greco, che restano scolpiti nella memoria di chi legge, così come la disorganizzata umanità delle truppe russe e le esilaranti, ed estenuanti, trattative nei vari mercati neri che sorgevano in ogni città o paese sede di un ricovero.

Le parole che scorrono sotto i nostri occhi ci parlano di un ritorno alla condizione di uomo, di individualità per usare le parole di una mia cara amica, condizione negata ai protagonisti del primo lavoro di Levi. La fame, le sofferenze, fisiche e psicologiche, sono ancora presenti, ma in modo differente rispetto a Se questo è un uomo, in quanto vi è un lento, ma potente, ritorno alla vita così come era prima della tragedia dei campi di sterminio.

Levi osserva e racconta piccoli e grandi avvenimenti: il formarsi di coppie più o meno ufficiali (con tanto di relative e rapide ritirate nei casi in cui i talami occupati fossero solo momentaneamente vacanti), la nascita di singolari commerci e improvvisate “botteghe”, ma soprattutto l’attesa per il tanto agognato rimpatrio.

Al lungo tragitto in treno dall’ultimo ricovero fino a Torino, Levi dedica meno spazio di quanto non abbia fatto con gli altri eventi vissuti o narrati, ed è strano se si considera che questo è in effetti l’ultimo passo prima di rientrare, definitivamente, nel mondo in cui aveva vissuto prima di essere catturato e rinchiuso nel lager, ma significativo al riguardo è il titolo dell’opera che, per stessa ammissione dell’autore, immerge quel lungo viaggio di ritorno in una dimensione di pace e di libertà che in qualche modo svanisce quando Levi ritorna in un’Italia devastata dalla guerra e si rende conto che «tutti gli ultimi suoi mesi di vagabondaggio ai margini della civiltà sono stati», appunto, «una tregua affettuosamente e capricciosamente concessagli dal destino».

Commenti non consentiti

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
Design & GUI by Mushin | Many Thanks to FamFamFam (icons) & Komodomedia (icons) & chrfb (icons) | WebStrategist (area test) | Hosted by MediaTemple