Rebecca la prima moglie, Du Maurier

Scritto da: il 01.09.10
Articolo scritto da . Classe 1975, appartengo a coloro che stanno assistendo impotenti al ritorno degli anni ottanta, sapendo che prima o poi ricompariranno anche loro, le odiate spalline. Nelle mie giornate di almeno 28 ore l'una amministro un'azienda per lavoro, un forum di viaggi per passione, e una famiglia per amore, composta da un altro membro umano, mio marito, e due felini. In tutto questo leggo, sempre e dovunque perché senza libri non potrei vivere. Scrivo, perché è un puro piacere farlo. Viaggio, perché solo con la fantasia non mi basta.

rebeccaL’edizione in mio possesso di questo libro è davvero vecchia e ha semplicemente il titolo italiano che si usava nelle prime traduzioni: Rebecca in italiano era diventato “la prima moglie” e anche se nelle riedizioni successive o si è ripreso il titolo originale o, come ha scelto di fare ora il Saggiatore, i due titoli sono stati accostati, continuo a ritenere che la prima scelta fatta dalla Mondadori fosse quella più azzeccata, rendendo il titolo italiano migliore di quello originale.

Chi narra infatti la storia al lettore? La seconda signora De Winter, il cui status è più importante del nome vero, che rimane appunto ignoto: si sa solo che è bello e particolare, ma nessuno lo usa, nemmeno il marito che ricorre a diversi vezzeggiativi. Qual’è il fantasma che aleggia su Menderley? Quello di un’altra signora de Winter, appunto la prima moglie.

Ho detto fantasma? State tranquilli, non vi sto presentando un’altra ghost story. La presenza di Rebecca de Winter, deceduta in circostanze tragiche, aleggia sulla vita matrimoniale della seconda non come spettro vero e proprio ma come una pietra di paragone opprimente con cui fare i conti. Era bellissima, elegante, amata da tutti: lei aveva reso Menderley una residenza fastosa degna del suo nome.

La seconda moglie non è niente di tutto questo e quando arriva nell’elegante residenza dei de Winter, neo sposa un po’ ingenua e molto impacciata, tutto sembra gridare alla sua inadeguatezza. Una storia che si gioca su due personalità contrapposte dunque. Una morta e una viva. Quella morta che appare vincente, paradossalmente sembrando più reale di quella che ancora respira.

Menderley è un dunque un soffocante tempio reso alla memoria di Rebecca, ma mantenuto in piedi da chi? Dalla signora Danvers, la governante che stravedeva per lei? O da Maxim de Winter, che sembra incapace di rassegnarsi e quindi di andare davvero oltre? O forse dalla stessa forte personalità della defunta, incapace di piegarsi a chiunque, quindi anche alla morte? O ancora, sono le paure e l’insicurezza della seconda giovane moglie che mantengono vivi dei ricordi che in realtà non le appartengono nemmeno? L’ardua sentenza finale tra le diverse ipotesi la lascio al lettore che sceglierà di cimentarsi con questo thriller dal fine intreccio psicologico, genere in cui la Du Maurier eccelleva.

Altro libro, altro bel film di cui fare menzione. Nel 1940 David O’Selznick utilizza i soldi ricavati l’anno prima da “Via col Vento” per finanziare la pellicola che Alfred Hithcock vuole trarre dal best seller della Du Maurier. Il risultato è un film splendido, uno dei migliori del geniale regista: si ispira al libro senza tradirne l’essenza principale ma mettendo comunque dietro la macchina da presa la sua impronta inconfondibile. Iniziando proprio dalla scelta degli attori per i ruoli principali.

Jean Fontaine è perfetta nel ruolo della seconda moglie, talmente perfetta che finirà per rimanere un po’ incastrata nel ruolo per gran parte della sua carriera. Judith Anderson è una magistrale, terrificante signora Danvers. Laurence Olivier, altrove attore davvero superbo, qua risulta un po’ imbalsamato nel ruolo che forse non sentiva più di tanto suo e risente del confronto con le altre due comprimarie, dando vita a un Maxim un po’ sbiadito e molto sottotono.

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Dall’intera pellicola manca un’attrice proprio per il ruolo principale e anche in questo Hithcock si rivela geniale. Scegliendo di non mostrarci mai Rebecca la pellicola sposa la scelta dell’autrice, addirittura esasperandola. In tutto il film non ci viene mai fatta vedere una sua foto, un suo ritratto: il fantasma lo sappiamo bellissimo, perché così ci viene detto ripetutamente, ma il suo essere senza volto lo rende ancora più inquietante.

Se sentite il bisogno di leggere un thriller, ma non avete voglia dello schema classico detective-delitto da risolvere, correte in libreria a comprarlo. E poi buttatevi sul film: vi assicuro che non ha bisogno di nessun effetto speciale per inquietarci… giusto un po’.

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