Racconto d’autunno, Landolfi

Scritto da: il 29.01.10
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

racconto d'autunnoIl protagonista principale che racconta in prima persona questa storia, Racconto d’autunno, (pubblicata nel 1947), si definisce un “bandito”, un “brigante”. Nel corso di una delle tante guerre, egli si ritrova solo, braccato da due eserciti, bisognoso di soccorso e asilo. In una valle, trova ed entra in una casa che, in un primo momento, gli sembra disabitata. Solo apparentemente.

Il diffidente, solitario, anziano proprietario non tarda a comparire armato, e a ragione, viste le circostanze, ma, comprendendo la situazione di colui che ai suoi occhi è e rimarrà pur sempre un intruso, lo accoglie senza mai, peraltro, accordargli la minima confidenza né tantomeno, amicizia. È di poche parole e di poca compagnia: solo due fedelissimi cani.

Tuttavia, la curiosità dell’”intruso” di esplorare l’immensa casa (che, via via, risulterà davvero labirintica) è insopprimibile, nonostante il vecchio proprietario l’abbia più volte irosamente e giustificatamente redarguito, arrivando persino a minacciarlo. La curiosità diventa tanto più insopprimibile allorché questo “brigante” (disertore, partigiano o quant’altro, non è ben specificato) avverte e percepisce altre presenze oltre a quella dell’anziano ospite.

La sua esplorazione non consisterà soltanto nella scoperta di un mero spazio, ma si rivelerà essere anche un graduale viaggio nel tempo, più precisamente, è ovvio, nel passato del luogo e di chi attualmente lo abita o lo abitò. Un passato, si renderà egli sempre più conto, fatto di estremo isolamento dal quale si son generati orribili abissi di perverse passioni esclusive in cui si son mescolati e si mescolano tenerezza, rimpianto accanto a sadomasochismo venato anche di pedofilia e, ora, segreti, folli, disperati riti evocativi…

Non finisce qui ma non credo di dover dir altro.

Va detto, invece, che con Tommaso Landolfi (1908-1979), per quanto le descrizioni siano particolareggiate e vivide, grazie al suo italiano ricercato e raffinatissimo (al punto da esser talvolta anche di difficile comprensione), nulla scade nella compiaciuta morbosità, nella facile illustrazione dell’orrido a buon mercato. Egli parte dall’esterno per giungere – passo dopo passo – alla rivelazione di un’interiorità malata nella sua ossessione senza sbocchi che, d’altro canto, non ha nemmeno voluto cercare o, addirittura, permetterne l’esistenza.

La grande casa e chi la abita (e abitata), non si son mai aperti a un’esistenza normale, a rapporti normali con altra gente, tutto ciò che è stato e accade è frutto di un’immaginazione che s’è nutrita esclusivamente di se stessa senza aver voluto mai confrontarsi con l’esperienza di chicchessia e giungendo quindi, fatalmente, ad una perversione disperata e insana a cui l’autore riesce non solo a renderci partecipi ma, anche, a farci anche provare per i protagonisti una desolata tenerezza.

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