Quando ero un’opera d’arte, Schmitt

Scritto da: il 08.10.09
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

quando ero un'opera d'arteRomanzo del 2002, tutto sommato di una certa complessità, con qualche eco letterario piuttosto impegnativo. Un po’ surrealista anche se la vicenda  narrata in prima persona, pone una questione assai attuale e tutt’altro che  leggera: quella dell’Arte “costruita”, risultante non tanto dalla profondità concettuale di ciò che l’Artista ha voluto esprimere (o denunciare), quanto piuttosto dalla sua capacità di manipolare, d’influenzare i mass media.

Detto in parole povere, se so farmi la giusta pubblicità e mantenere vivo l’interesse dei media su di me e le mie opere (che piacciano o no, non ha alcuna importanza), sarò un grande, indiscusso Artista. È il caso di  uno dei protagonisti dal nome quanto mai emblematico: Zeus-Peter Lama, pittore e scultore, il quale offre al protagonista  (il narratore che colloca gli avvenimenti vent’anni prima), Tazio Firelli – disperato, letteralmente sull’orlo del precipizio del suicidio, una vita “nuova”, piena di successo e di ammirazione nei suoi confronti.

Lui – fratello, a parer suo, insignificante e, diciamo, esteticamente fallito dei bellissimi e, per questo, famosissimi gemelli Rienzi ed Enzo Firelli che tra contratti pubblicitari e cinematografici conducono da anni una vita ricca di tutto, soldi, fama e glamour che molti dei loro ammiratori vorrebbero vivere – accetta conquistato dall’ascendente del grande pittore non comprendendo bene, tuttavia, le intenzioni di quest’ultimo che, con un’operazione che va ben oltre la chirurgia plastica e fa pensare al wellsiano Dottor Moreau (L’isola del Dottor Moreau, 1896), rende Tazio di fatto un opera d’Arte.

E qui si ha un altro facile rimando: Tadzio (differisce di una sola lettera) è il giovane della cui bellezza s’innamora Aschenbach in Morte a Venezia (1912) di Thomas Mann (1875-1955; e vedi anche  il film di Luchino Visconti del 1971). La sua vita precedente viene del tutto cancellata inscenando persino un suo finto funerale (con morto vero, però che, alla fine, sarà la sua salvezza). Morto Tazio,  dovrà rinascere come opera d’Arte (vivente) non solo con connotati del tutto nuovi ma anche con un nome altrettanto nuovo e significativo tenendo conto del suo Creatore, Zeus-Peter Lama:  Adam Bis. (È evidente la tematica del demoniaco Creatore e non aggiungo altro).

Esser belli può anche far comodo in talune situazioni e compagnie, ed esser ammirato come opera d’Arte può inizialmente far piacere quand’anche comporti delle scomodità e delle fatiche onerose. Ma, neanche tanto a lungo andare, spersonalizza, svuota, rende privi di scrupoli e coscienza, trasforma in oggetti da esposizione ed, eventuale, vendita. Disumanizza. E qui vengono (ripro)poste tematiche sulla funzione dell’Arte, la sua utilità, la sua Moralità già affrontate  alla fine dell’Ottocento dall’Estetismo: si pensi soltanto al Ritratto di Dorian Gray (1891).

È col casuale incontro con Hannibal, un anziano quanto sconosciuto pittore cieco (non dalla nascita) – il quale, pur con tale menomazione,  continua a dipingere grazie all’assidua assistenza della figlia Fiona (di cui, ricambiato, Adam s’innamora) – che la nostra opera d’Arte comincerà la lenta riconquista della propria identità e della propria umanità. E verrà svelata anche la caducità della “grande” arte di Zeus-Peter Lama le cui sculture viventi inizieranno dopo non molto a… perdere i pezzi, rivelando così quanto quell’arte fosse davvero, di nome e di fatto, tutta una montatura. Mentre verrà riconosciuta l’arte di Hannibal (che diverrà il suocero di Adam), un’Arte priva di facili e frettolose ambizioni, venuta dal cuore, e, come tale, reale e duratura.

Un’ultima nota in chiusura. Il tema e  l’espediente narrativo della cecità che “vede oltre” cose che altri non vedono e dell’artista che fa comprendere la bellezza – propria, interiore e del mondo circostante -  a chi – pur vedente – non se ne era ancora accorto, che qui troviamo nel rapporto Hannibal-Adam, la si ritroverà nel racconto La guarigione contenuto in La sognatrice di Ostenda del 2007.

In questo racconto, l’infermiera brutto-anatroccolo viene iniziata alla vita e ad aver  una sicura autostima proprio da un paziente, fotografo, che per un incidente è momentaneamente e, poi, purtroppo, definitivamente, privo della vista. Più che un espediente, sembra essere un topos narrativo tipico di Schmitt. Che continua a piacere proprio per questo saper trasmettere un incrollabile ottimismo e buona disponibilità verso la vita che deriva proprio dalla bellezza di questa che egli con la sua Arte sa comunicarci E di Artisti come lui non sa il Mondo quanto ne ha bisogno.

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