A tutti noi piace la sensazione di essere persone impegnate, attente al mondo, sensibili alle tragedie. Salvo poi leggere un libro come Processo agli scorpioni e scoprire in un istante la propria cecità e ignoranza. La guerra alle porte di casa nostra, il tentato genocidio, la pulizia etnica è confinata ai ricordi dell’olocausto nazista.
Invece è stata, è ancora, accanto a noi, nella penisola balcanica squassata da anni di guerra e massacro. Ho letto con estremo interesse anche l’introduzione, acuta e scritta con una semplicità disarmante, un valido aiuto per la lettura e la comprensione del libro.
Jasmina Tesanovic è una delle Donne in Nero che hanno seguito direttamente il processo, entrando quindi nella cerchia dei privilegiati che hanno accesso diretto alla Storia, e decidendo poi di raccontarcela dal suo personale punto di vista. Differente perché è una scrittrice serba, quindi vicina, vicinissima alle etnie in discussione.
Emerge ancora una volta, come per la Arendt, la banalità di questo male, l’assenza di spiegazioni complesse, il fare becero e disumano dei promotori della barbarie. Volti di vicini di casa, a volte di amici, che ritengono giusto, normale, perfino eroico avere torturato, ucciso e filmato.
Emerge anche l’incapacità dei tribunali di guerra di fare giustizia. L’impressione è che il torto non si possa riparare, e che i criminali, ancora una volta, abbiano la meglio sulle loro vittime anche dopo averle uccise.
C’è poco da dire, su questo documentario al limite tra il racconto e il saggio: c’è da leggere e scoprire fino a che punto le parole Legge, Giustizia, Pace, possano diventare vuote.
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