Piccolo romanzo anticipatore , Metropolis, Von Harbou

Scritto da: il 08.01.10
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

MetropolisIl tema è noto, l’autrice – Thea Von Harbou (1988-1954) – probabilmente molto meno, il titolo assai di più, visto il film che da questo romanzo della moglie – pubblicato nel 1912 – trasse nel 1927 il marito, il noto regista austriaco Fritz Lang (1890-1976). Il tema noto di Metropolis è quello degli sfruttati e degli sfruttatori senza scrupoli il cui scopo e arricchirsi e di comandare in maniera assoluta creando in questo modo, un sistema solo apparentemente perfetto e immutabile, in realtà alienante e disperato, nel quale viene inserito in modo assai enfatizzato l’aspetto tecnologico, non tanto elettronico quanto meccanico: gli “dei” da adorare e che han creato, fanno funzionare e mantengono questo sistema e questa grande città – Metropolis, appunto – sono le Macchine alla cui guida e controllo vi è il temutissimo e potentissimo Joh Fredersen. I lavoratori – che ricordano un po’ i Morlocks della Wellsiana The Time Machine (1895) – abitano nella cosiddetta Città dei Morti, nel sottosuolo.

Cosa può succedere in un simile sfondo e con simili premesse? Di tutto, verrebbe da pensare e dire. Ma non occorre riflettere molto per comprendere che, in fondo, gli eventi che possono accadere sono in sé limitati sia nel numero che nel genere. Può succedere che a) i lavoratori oppressi si ribellano e, dopo alterne vicende, riescono ad instaurare un diverso ordine sociale a loro più favorevole; b) i lavoratori oppressi si ribellano ma non riescono nel loro intento e, così, dopo varie prove fallimentari, tutto ritorna alla situazione iniziale; c) cosa improbabile (ma non impossibile), gli oppressori si rendono conto del loro operato sino ad ora a dir poco discutibile, si ravvedono e mutano consapevolmente l’ordine sociale tanto da renderlo qualitativamente più vivibile da parte dei lavoratori e moralmente più accettabile da parte loro.

Si è detto che quest’ultima opzione è improbabile benché non impossibile. E non lo è se – come di fatto avviene – s’inseriscono degli elementi personali e sentimentali e, perché no, anche religiosi. Qui non vi è infatti il solito capopopolo che arringa i lavoratori e, facendo prender loro coscienza, li incita alla ribellione… o almeno non vi è solo questo. Chi per primo (o quasi) si rende conto della situazione alienante non è il solito operaio sfruttato bensì il figlio dello spietato sfruttatore: Freder Fredersen che s’innamora, corrisposto, del capopopolo che, lungi dall’avere le sembianze irsute, paffute e baffute alla Peppone, ha quelle miti e graziose di una bella ragazza, Maria, che più che arringare i lavoratori, come si è detto, cerca d’infondere in loro la Speranza per un compromesso, per l’arrivo di un Mediatore tra loro e gli oppressori.

Il nome Maria non sembra affatto essere una scelta puramente casuale. Ma non finisce qui: se il dittatore e governatore delle Macchine è John Fredersen, lui non ne è l’inventore; l’inventore è un tal Rotwang uno uomo che ormai da anni vive appartato – in perenne, ossessivo, delirante ricordo della defunta donna amata – in una casa quasi magica, senz’altro buia, labirintica, misteriosa; un uomo tanto strano e bizzarro quanto geniale che in passato ha avuto rapporti non molto piacevoli con Fredersen e che, per questa ragione, gli porta rancore.

Per sviare le intenzioni ribelli del giovane Freder verso il padre (che tenterà di uccidere) e verso la Società, Rotwang inventa una sosia meccanica di Maria che, ovviamente, non si comporta come la Maria originale, anzi si comporta da vero quanto tradizionale capopopolo, istigando la folla alla ribellione violenta, instillando così seri dubbi nell’innamorato che non la riconosce più. Sarà lei che causerà la fine di Metropolis, delle Macchine. Ma in questa apocalittica distruzione non sarà sola poiché c’è chi la permetterà, cedendo ad impensati moti del cuore. E, nella fine, ciò segnerà un nuovo inizio.

Quello della Donna Artificiale – ginoide, per la precisione, anche se si preferisce il temine più generale e conosciuto androide, che fu coniato ventisei anni prima di Metropolis dallo scrittore francese Villiers de l’Isle-Adam (1838-1889), il cui romanzo più noto è L’Ève future del 1886 – non era un tema nuovo nel panorama ottocentesco. L’Ève future è certamente l’esempio più eclatante, ma ci sono dei precedenti illustri, basti pensare a quell’Olimpia del famoso racconto L’uomo della sabbia di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776-1822), pubblicato nel 1815. (E che dire di quel magistrale racconto del nostro Landolfi -1908-1979 – La moglie di Gogol (più o meno del 1942 se non ricordo male)? E, dato che ci siamo, menzioniamo pure anche Il grande ritratto (1960) di Dino Buzzati – 1906-1972).

In fondo, Metropolis è un romanzo semplice nella trama e nelle situazioni. Anche la simbologia è facile da capire: gli oppressori che comandano col pugno di ferro, gli oppressi che subiscono rassegnati e intimamente scontenti, la Religione che tuona contro i maligni, l’inganno, l’Amore e la fede in un auspicabile cambiamento.

Lo stile non è privo di una certa retorica immaginifica che, pur esaltando le situazioni e gli stati d’animo dei protagonisti, talvolta non rende sciolta e immediata la comprensione del testo. È forse il modo in cui si scriveva agli inizi del ’900.

Metropolis è certamente, sotto il profilo della narrativa fantascientifica, un romanzo anticipatore; oltre al tema della Donna Artificiale, c’è anche quello, già nel titolo, della Grande Città: immensa, disumana, alienante anche se viva e desiderosa di dare un’impressione di un meccanismo perfetto a prova di malfunzionamento, regolato da macchine scevre da passioni umane.

Metropolis della Von Harbou è, altresì, una curiosità per bibliofili e cinefili, il tempo per leggerlo non è in ogni caso mal speso.

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