Pericle il Nero è uno di cui da subito è meglio avere paura. Di lavoro “fa il culo alla gente” e no, non voglio dirvi io come. Ha un passato da pornodivo e un presente da punitore. Segue bene le regole imposte dal padrone, Luigi Pizza, e quelle della città – soprattutto quando non vengono dalla polizia, ma da voci importanti. Così quando va per andare a punire il parroco e ci trova inginocchiata di fronte Signorinella, a Pericle rimane troppo poco tempo per pensare, troppo poco spazio per agire diversamente.
Va da sé, e dopo l’impeto furioso di chi ha paura la fuga è l’unica soluzione. Dietro solo morti, lo zio e tutta la famiglia. Davanti una speranza, forse, di scappare abbastanza da non rimetterci le penne. E intanto Luigi Pizza dice che è tutto a posto, che se torna a Napoli subito se la vede lui con gli altri capi.
Ma Pericle ha paura e si crede furbo, preferisce farli correre e venirlo a stanare come un topo: la verità è che Signorinella non doveva essere a Napoli, non doveva farci ritorno mai più, ma invece era lì e se era riuscita a tornare, voleva dire soltanto che era meglio non sostenere il suo sguardo. Lei sì che faceva paura a tutti, grassoccio capo delle supplicanti di San Gennaro. Lei decideva chi avrebbe vissuto e chi, invece, no.
Così Pericle se ne scappa quanto più lontano, con una macchina rubata e dei soldi ricavati in modo altrettanto poco lecito, fino a Pescara, dove conosce Nastasia. Lei è bella, già madre tre volte, scavata dal tempo e dalla fatica ma ancora bella e curata. Povera, ma con classe. Legge, ha cervello. Pericle s’innamora e neanche lo sa, mentre ogni notte nel suo letto la prende con violenza e virilità. Per lei torna indietro a prendersi qualcosa che sente di meritare da una vita, lo stretto indispensabile per esaudire i sogni dell’amante polacca e magari seguirla nella sua patria e non saperne più niente del suono di una mitraglietta.
Giuseppe Ferrandino ha scritto un noir che non ha niente da invidiare a quei film che il suo protagonista ama andare a vedere al cinema: scrive a briglia sciolta, con ritmo serrato. Il parlato è sempre adatto, anche – o forse soprattutto – quando rasenta il volgare.
La trama si colora di personaggi che hanno un inizio e mai una fine, che non si riescono a classificare, non si delineano per quello che sono. Così come i buoni e i cattivi, che forse non esistono e allora, magari, va bene tifare per il più simpatico anche se ammazza la gente.
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