Norwegian Wood, Murakami

Scritto da: il 09.02.10
Articolo scritto da . Non c'è Compagnia senza un elfo, perciò - aderendo al contratto nazionale delle Orecchie a Punta - eccomi qua. Ho anche un nome normale, Alessandra, ma quelli che mi chiamano così si contano sulla punta delle dita. Voglio salutare papà, mamma, e tutti quelli che mi hanno permesso di arrivare fin qui...cosa? Non è il Festival di Sanremo? E va be', dai, siate buoni!!! ;)

norvegian woodPrima di lanciarmi nella recensione di questo libro vorrei fare una piccola premessa: sono una grande ammiratrice del lavoro svolto da Giorgio Amitrano, che qui troviamo in veste di traduttore. Credo che dal testo si evinca il rispetto e la passione con cui ha lavorato su quasi quattrocento pagine in una lingua le cui espressioni, ritmo e sintassi – questo posso dirlo con cognizione di causa – sono tutt’altro che semplici da rendere nella nostra.

Da buon traduttore, naturalmente, Amitrano svanisce tra le pagine di Norwegian Wood per lasciare la ribalta all’autore Murakami Haruki, secondo me un gigante della letteratura giapponese moderna.

Questo romanzo si discosta dalla usuale produzione di Murakami, che è uno scrittore continuamente in bilico tra realtà ed irrealtà e il cui cavallo di battaglia si intitola La fine del mondo ed il Paese delle Meraviglie; in principio si pensava che sarebbe stato un caso isolato, ma da Norwegian Wood qualcosa sembra sia cambiato nello scrittore stesso e infatti la realtà nelle sue sfaccettature più concrete verrà ripresa anche nel romanzo A sud del confine, ad ovest del sole, un altro suo successo.

Il titolo con cui il libro è stato conosciuto fino a poco tempo fa era Tokyo Blues, in primo luogo perché la musica fa da filo conduttore all’intera vicenda e poi perché il blues, con le sue atmosfere vagamente tristi ed in continua evoluzione, rappresentava magnificamente l’alternarsi delle avventure del protagonista. Tuttavia Murakami stesso ha voluto, nella riedizione di Einaudi, che fosse ripristinato il titolo originale ripreso da una canzone dei Beatles. Chiunque conosca le note di “Norwegian Wood” avrà già un assaggio dell’atmosfera che impregna il libro, il che è davvero un singolare esempio di come le arti possano compenetrarsi a perfezione.

Il protagonista della storia è Watanabe Tōru, un diciannovenne che vive in un collegio di Tokyo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Nella sua vita la morte ha già fatto capolino, a causa del suicidio del suo migliore amico Kizuki, il quale gli ha lasciato in “eredità” l’affetto della sua ragazza Naoko, una personalità attraente ed inquieta quanto fragile. Le debolezze di Naoko si traducono in una malattia che la porta lontano da Tokyo, in una casa di cura situata in una località montana.

Pur pensandola costantemente, Tōru deve tirare avanti con la sua vita, se non vuole sprofondare nel baratro della depressione. Così fa amicizia con un’altra ragazza, Midori, che invece ha un temperamento coraggioso e combattivo e, nonostante la vita le abbia inferto gravi perdite e profondi dolori, non ha mai perso il suo spirito e il desiderio di vivere felice. In bilico tra l’oscura attrazione per Naoko e il contagioso entusiasmo di Midori, il ragazzo affronterà il proprio personale passaggio da adolescente a uomo maturo,finché la vita e la morte non lo costringeranno a compiere scelte definitive per il suo futuro.

Romanzo di sentimenti e di formazione, “Norwegian Wood” è forse una delle espressioni più delicate e riuscite nella narrativa giapponese che conosco (troppo poca, sempre troppo poca, per la verità!) di tradurre nel concreto le sfaccettature della più varia umanità. La triade di protagonisti ha dalla sua parte una forza irresistibile nel completarsi a vicenda, sebbene i personaggi di Naoko e Midori siano agli antipodi (anzi, forse proprio per questo).

Allo stesso tempo Murakami ci regala una galleria di personaggi secondari di tutto rispetto che fanno breccia immediatamente nel cuore del lettore: c’è il compagno di stanza di Tōru soprannominato Sturmtruppen per via della sua attitudine all’ordine e alla pulizia, le cui avventure fanno sorridere tutti; c’è l’egoista Nagasawa, amico del ragazzo, che nonostante l’ammirazione non può fare a meno di notare come ogni sua azione sia volta esclusivamente ad una vantaggio personale; infine c’è Reiko, che forse riesce ad ottenere le simpatie del lettore alla pari dei protagonisti: è una donna di mezza età, che si trova nella clinica di Naoko e le fa da sorella maggiore, confidente e amica. La sua malattia mentale non è che un rifiuto della crudeltà umana, una ipersensibilità che ne fa anche una bravissima musicista.

Lo stile con cui tutta la vicenda viene descritta è elegante e delicato, nonostante gli argomenti spesso scivolino sulla sessualità e richiedano la terminologia adeguata; le pagine scorrono una dietro l’altra come un piccolo fiume in piena. E la cosa più importante è che, una volta chiuso il libro, non ci si dimentica degli “amici” che Murakami ci ha fatto conoscere così intimamente: no, essi restano sospesi nella memoria, insieme a tanti pensieri sulla nostra realtà, sui nostri affetti, su come è bene affrontarli e su quanto è dolce ricordare i bei momenti passati.

  • Pingback: ArturoRobertazzi

  • Andreac

    concordo in pieno con la descrizione. Il libro è godibile e allo stesso tempo affronta argomenti universali che tutti prima o poi passano nella vita

  • Pingback: by word, all the way from the

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