L’uomo nel labirinto, Silverberg

Scritto da: il 04.08.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Copertina @Fazi editoreCi sarebbe poco da aggiungere alla preziosissima introduzione di Neil Gaiman al romanzo di Silverberg L’uomo nel labirinto. Una introduzione non proprio come quelle che tempo addietro rimpiangevo, ma ben fatta, arguta, curata. Solo che, per leggerla, dovreste già avere il libro in questione, e allora io che ci starei a fare qui?

Intanto a stupirmi: i grandi estimatori della letteratura di fantascienza non hanno molto amato questo libro. Forse perché piuttosto fuori genere, su un tema tanto interiore da trascendere il limite del genere per incanalarsi nella “letteratura” intesa come la capacità di cogliere le inquietudini universali e dar loro una forma riconoscibile.

Forse perché la cosiddetta SF (science-fiction) riveste un ruolo davvero marginale. Il mondo in cui i personaggi si muovono è sicuramente futuro, o il futuro che si poteva immaginare nel ’69, anno di pubblicazione. Ma non è rilevante quale sia il contesto, se la classicità greca o l’universo (s)conosciuto.

Centrale è l’uomo, non un uomo, l’uomo in tutta la sua umanità, immerso nel “labirinto”. Una buona chiave la fornisce lo stesso Silverberg, nominando la sua ambientazione, il mondo del labirinto, Lemnos. Che è luogo dell’abbandono di Filottete. Ora potrei star qui a parlare dell’epopea del Filottete moderno, ma vi toglierei il piacere di rintracciare quanta parte del mito sia sopravvissuta e quale allegoria la circondi.

L’uomo al centro del labirinto è tra tutti forse il meno labirintico, nel senso interiore: granitico e ben definito è lui a scegliere il labirinto come casa, e quindi a diventarne il vero padrone, pur non comprendendolo in pieno. La triade di personaggi non poteva tralasciare l’astuto Ulisse, il diplomatico, labirintico per definizione; ed era legittimo anche aspettarsi la figura del giovane intrappolato, che  annaspa nell’inesperienza, pensa di condurre ed è condotto.

In contrappunto con la trama sontuosa, fitta di labirinti che si intersecano, la scrittura è limpida. Sembra una struttura concepita da Borges, un labirinto concettuale che corrisponde al labirinto di ogni personaggio, in cui esiste una linea immaginaria che conduce all’uscita ma che non è dato vedere.

L’unico appunto che mi sento di fare è sul richiamo finale ad Herbert, come una deviazione raffazzonata  verso la fantascienza,  compiuto spostando tutta la narrazione dal piano dell’interiorità a quello esteriore. Ma dura solo poche pagine, per lasciare infine di nuovo spazio al tentativo di esplorazione dell’umano, il più vasto labirinto possibile.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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