L’uomo che sapeva troppo e altre storie, Chesterton

Scritto da: il 31.07.08
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Quando si nomina Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), il pensiero va automaticamente a Padre Brown; per chi ha una certa età, alla magistrale interpretazione che di questo personaggio fece Renato Rascel (con Arnoldo Foà) nei primi anni Settanta. Forse qualcuno ricorda vagamente che di questo autore, in Italia si vide anche la traduzione de The Man Who Was Thursday (L’uomo che fu giovedì). Lo scorso ottobre per “Il Giallo Mondadori” uscì questo L’uomo che sapeva troppo (The Man Who Knew Too Much and Other Stories, 1922) in cui troviamo un altro detective che di mestiere però fa il diplomatico, tale Horne Fisher.

Sono storie in cui, come per Padre Brown, la verità viene intuita in parte grazie alle logiche deduzioni, in parte grazie alle conoscenze dell’umana psiche e, infine, grazie alle specifiche conoscenze che – si presume – un diplomatico professionista abbia degli individui e del gran mondo in cui agiscono, ufficialmente, ufficiosamente, e, se non proprio segretamente, senza che si sappia (troppo) in giro. Va notato che anche con questo personaggio – sempre al pari del più noto ecclesiastico – ciò che conta è l’uomo con i suoi vizi, le sue virtù, le sue debolezze e quant’altro tale lo rende.

Questo, lo si vuol sottolineare perché, oltre che a essere una costante in Chesterton, è un metodo che ritroveremo di parecchi investigatori letterari che vedranno la luce (e il successo) non molti anni dopo: si pensi, per esempio, a Maigret che è tutt’altro che un investigatore alla Sherlock Holmes o alla Hercule Poirot o, se si vuole, anche al Marlowe chandleriano che ben poco può condurre le sue inchieste con metodi tradizionali e basati sulla pura deduzione logica: beninteso, non si vuol assolutamente affermare che gli eredi di Sherlock Holmes non hanno più storia, prosperano e prospereranno ognuno a suo modo.

In queste storie, la soluzione non è semplice da intuire e solo Fisher – che nella vicenda non necessariamente entra subito – con le proprie conoscenze da diplomatico, come si diceva, può dare quella più plausibile e reale, spesso ribaltando tutte le aspettative del lettore e creando, quindi, un piacevole effetto sorpresa.

Ed è stata una piacevole sorpresa anche la pubblicazione di questa serie di racconti. Poiché è a dir poco riduttivo conoscere Chesterton solo per Padre Brown e qualche altro titolo. Gilbert Keith Chesterton, dai primi anni del ’900 fino alla morte produsse una mole di scritti impressionante; molte sue opere si possono trovare gratuitamente in rete (ovviamente in Inglese, a questo sito).

Fu giornalista, polemista, saggista, critico letterario, narratore, drammaturgo, poeta, e comparve pure, per una volta, anche in un film nel 1914 assieme al suo avversario (di polemiche) anch’egli noto giornalista e drammaturgo George Bernard Shaw.

Benché lo stile non sia quello dei romanzieri d’oggi, Chesterton rimane ancora oggi godibile e piacevole. Questa è la prova e la ragione per cui egli è un grande scrittore (tenendo conto dei vari generi dei suoi scritti); ha vinto la battaglia da cui tutti gli scrittori vorrebbero uscire vincenti: quella contro il Tempo e l’Oblio.

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