L’occhio del lupo, Pennac

Scritto da: il 08.09.09
Articolo scritto da . Marzia, vent'anni, studentessa di Letterature europee moderne. Ha acquisito il senso dell'orientamento contemporaneamente a quello critico grazie all'Università La Sapienza. Londinese in una presunta vita precedente. Lettrice, scribacchina e blogger. Se credesse nel Paradiso, lo vorrebbe come quello dei sogni di Virginia Wolf.

L'occhio del lupo - PennacPennac ha vari momenti, tutti validi. Quando si dedica alla letteratura per ragazzi però, batte sé stesso sotto ogni punto di vista. L’occhio del lupo è un romanzo breve ma concentrato. Parla dell’Africa, e di un bambino che porta il suo nome, dell’Alaska, e di un lupo che la ricorda a fondo. Parla di due, eppure parla di solitudine.

Quando Africa arriva davanti alla gabbia di Lupo Azzurro, non riesce a staccargli gli occhi di dosso. Lupo Azzurro, d’altro canto, va avanti e indietro per la gabbia col suo unico occhio aperto e lo osserva a sua volta, quando nella sua passeggiata lo sguardo è rivolto all’esterno. Pensa “Che vuole da me, questo bambino?”. Pensa “Che si aspetta da me, uno spettacolo? Perché non va mai via?”. E infatti il bambino non va mai, sta lì a guardarlo fisso  per giorni. Quando il lupo si sveglia al mattino, apre il suo occhio e trova Africa.

Allora decide di rinunciare alla sua passeggiata, e cominciare a guardare fisso il bambino. Ma un occhio contro due è difficile come sfida. Africa non vuole vincere, Africa vuole sapere: la sfida per il bambino non è far cedere il lupo, ma abbassare le sue difese e scoprirne la storia. Così chiude un occhio.

La lotta, non più impari, prosegue ancora un po’. E poi Lupo Azzurro cede, e lascia entrare Africa nel suo occhio, nei suoi ricordi. Gli presenta la sorellina, Pailette, che col suo manto d’oro attirava più bracconieri di ogni altro splendido lupo. Della vita nel gelo nordico, delle fughe dagli uomini, di tutto quello che ha perso con la cattura e il trasferimento nello zoo, della compagna trovata in gabbia e che ha imparato a conoscere.

Africa non si spaventa, raccoglie il dolore del suo interlocutore e gli risponde con la sua storia, fatta anch’essa di lunghi viaggi, abbandoni, incendi. Fatta di riscoperta della parola, del dono della comunicazione: con gli uomini, gli animali. Del dromedario che non è un cammello, degli alberi nei fiumi invece che in terra, della sua terra per cui prova nostalgia ma che è stato costretto a lasciare.

Il freddo dell’Alaska gela la pelle, così come arrivano gli odori e i colori delle tre Afriche attraversate nel suo viaggio dal bambino: quella Gialla, dei deserti, quella Grigia, della savana, e quella Verde, delle foreste equatoriali. Queste due realtà si incontrano nell’Altro Mondo, quello civilizzato, quello che ingabbia gli animali. Ci si fanno domande, leggendo del passato dell’animale e del bambino, delle atmosfere perdute.

Piccolo finale a sorpresa, conosciuto ai più ma che non svelerò perché scalda il cuore come un muffin che ha dentro il cioccolato fuso.
L’occhio del lupo è solitamente consigliato a lettori intorno ai 7\8 anni, personalmente però lo trovo adatto anche a un pubblico adulto. Può essere un dono perfetto ad amici, figli di amici, e anche a sé stessi. Pennac riconferma la sua scrittura fluida e acuta.

Un lavoro di qualità nella sua totalità, e a pensarla come me è anche l’autore, che in un’intervista lo ha definito “forse il miglior prodotto della sua fantasia”.

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