L’innocenza del sonno – La casa delle belle addormentate, Kawabata

Scritto da: il 03.06.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

copertina @Mondadori

La distanza tra oriente ed occidente è ormai annullata, privata del suo senso materiale. Tuttavia è reale nell’immaginario.
No, non è un brutto gioco di parole, è la sensazione che mi ha colta mentre leggevo La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata,

Kawabata rovescia un topos diffusissimo nella nostra letteratura, il sonno come simbolo e preludio di morte, trasformandolo e reinterpretandolo come vita; e se il sonno è vita, per il vecchio protagonista è l’unica vita possibile. Solo così, accanto alla personificazione assopita dell’innocenza, sente riaffluire in sé lo spirito vitale.

La vecchiaia inespressa emerge per contrasto, messa in ombra dal nitore dell’innocenza descritta. La costruzione del racconto è un continuo ossimoro, un accostamento di opposti significanti, dal cui incontro/scontro nasce un senso, personale ed interpretato.

La vecchiaia come decadenza, ancora, frustrata e sofferta, negata ma evidente: accostata alla luce pura della giovinezza appare ancora più gretta, odiosa, semplicemente brutta.
Bruttezza che non è solo fisica ma morale, e quindi antonomastica, Da questo ossimoro si sviluppa un erotismo sussurrato, fatto di voluttà inconsapevole e desiderio represso.

La narrazione riesce a non essere morbosa né carnale, nonostante le scene permeate di una espressiva sensualità. In questo Kawabata mi ricorda il tratto pittorico di Sesshu, che carezzando la realtà che ritrae la ammorbidisce, la arricchisce di sfumature tenui.

Sono convinta di non aver compreso a fondo il testo poiché priva dello strumento fondamentale, la lingua, e della sua sonorità. Ed è un grosso rimpianto, per questo romanzo dei sensi, cullati dalle onde attutite sulla scogliera, nel buio caldo di tende in velluto.

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