L’eleganza è frigida, Parise

Scritto da: il 06.10.08
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

Copertina @AdelphiSe c’è un uomo che ha girato il mondo, quello è Goffredo Parise: America, Vietnam, Africa, Giappone. A quest’ultimo è dedicato L’eleganza è frigida, reportage in forma di romanzo o romanzo in forma di reportage.

Prende le mosse da una frase di Saito Ryokuu, famoso poeta giapponese, “l’eleganza è frigida”, a significare non solo l’aspetto esteriore non sensuale della cultura nipponica, ma la grande misura ed il rigore in cui è celato l’aspetto passionale.

In questa frigidità ed in questa eleganza si trova catapultato Marco, il protagonista. Egli è evidentemente, fin dall’incipit, l’alter-ego di Parise, cui è affidato il compito di guidarci e di mostrarci, attraverso i suoi occhi, la distanza tra il Paese dell’Estetica e il Paese della Politica.

Estetica, o est-etica, volendo proprio giocare con le parole: l’estetica nipponica, infatti, non ha radici effimere, ma attinge alle più profonde credenze morali del suo popolo. Illuminanti i passaggi sui giardini e sugli alberi, il mancato contrasto tra tecnologia e arte nel fare determinati mestieri.

Da questo scaturiscono riflessioni sulla replicabilità dell’opera d’arte, non come risultato, oggetto o fine, bensì come percorso di accuratezza e minuziosa applicazione, pervasivo in quasi tutte le attività, persino in quelle meccanizzate.

Con Marco arriviamo a casa di Yasunari Kawabata e nel suo museo privato, visitiamo i luoghi del vizio, seguiamo l’ombra di Sorge e conosciamo Ishikawa. E come Marco, però, siamo esclusi dal mistero, che intuiamo palpitante appena sotto la superficie.

Fa piacere ed impressiona ritrovare in un libro di quasi trenta anni fa le sensazioni che ho provato tempo fa al mio arrivo nell’arcipelago nipponico. Lo stesso stupore, lo stesso senso di distacco dalla realtà e di distanza, la percezione di non avere gli strumenti per comprendere ciò che si vede, che ci sia un senso altro abilmente celato.

Parise riesce ad esprimere tutto questo non solo con l’estrema pulizia stilistica dei capitoli, in cui raramente abbozza spiegazioni, ma anche attraverso una scrittura algida e complessa, estremamente formale e rigorosa. A tratti non è facile da seguire, coi suoi periodi lunghi e ricchi di incidentali, che riflettono il fluire dei pensieri del protagonista.

Ma è uno sforzo che vale la pena, per un reportage che, senza rincorrere sensazionalismi o ricorrere a frasi ad effetto, riesce a trasportare nel Giappone profondo.

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    Ottima recensione di un libro meraviglioso. Chiunque sia appassionato o anche solo interessato alla cultura giapponese io credo che debba leggere questo romanzo, breve ma denso della scrittura esemplare di Parise.

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