L’eleganza della semplicità, Un bambino prodigio, Némirovsky

Scritto da: il 19.08.10
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Vorrei astenermi dall’attribuire significati o messaggi più o meno reconditi a questo racconto lungo, Un bambino prodigio, che la ventiquattrenne Irène Némirovsky pubblicò nella rivista Les Œuvres libres nel 1927.

Esso narra le vicissitudini di Ismaele, bambino di più che modesta famiglia ebrea, toccato nell’infanzia dal genio della poesia e dal canto. Bambino che meraviglia e sa dare emozioni che incatenano gli astanti nelle taverne di un porto del Mar Nero e che vogliono godere incessantemente della sua creatività. Un giorno ha la ventura di essere ascoltato da un grande poeta sofferente a tempi alterni di pene d’amore ed in crisi. Grazie a lui e, soprattutto, alla volubile, quanto generosa, benché un pochino proterva amante di lui – che Ismaele chiamerà “principessa” – il piccolo viene innalzato al lusso agli agi e alle comodità. La sua facilità a creare versi per canzoni farà la sua fortuna e anche quella dei suoi genitori.

Ma l’infanzia non dura in eterno, e l’adolescenza si approssima e con essa, Ismaele si accorge che la sua vena poetica che gli era sembrata fino a allora inesauribile tale, suo malgrado, può non essere e, di fatto non è. La parabola del suo genio che era finora stata ascendente, inizia la fase contraria. La sua vena poetica comincia a inaridirsi fino a diventare muta; e, a ravvivarla, non valgono neanche gli studi di altri poeti, anzi, questi hanno un effetto deleterio: gli fan riconoscere quanto, al confronto con le loro, le sue tanto amate, esaltate, ammirate poetiche canzoni altro non fossero che un’accozzaglia di rozzi, insignificanti versi da “taverna” appunto. E la situazione è tanto più dolorosa per Ismaele, quando deve perfino prender atto della sua incapacità ad almeno imitarli.

Alla discesa artistica non tarda ad affiancarsi quella sociale: niente più inventiva poetica, niente più residenze in posti ameni, niente più lussi, niente più agi: né per lui, né per la sua famiglia che, per questo motivo, vede sfumare prospettive future di agiata, sicura tranquillità. E Ismaele che un tempo “era stato un bambino prodigio, ora non era che un ragazzo goffo e stupido come gli altri…” Era stato un Wunderkind come lo chiama con scherno adesso chi lo conosceva nel quartiere ebraico, dove è dovuto tornare a vivere e a guadagnarsi il pane facendo un mestiere umile e umiliante. Una sera, tornando a casa, passa davanti alla taverna che aveva visto i suoi infantili fasti poetici e…

In questo racconto, lo stile narrativo è epico quando descrive fatti, poetico e pieno di similitudini quando descrive le situazioni e, infine, pittorico quando descrive i luoghi. Non vi è approfondimento psicologico dei personaggi che sono presentati e tratteggiati dall’esterno: non vi è interiorità né, probabilmente, vi era intenzione ci fosse da parte dell’autrice.

Tuttavia, la bellezza di questo scritto giovanile, al di là della fabula e della storia in sé, sta proprio nell’estrema elegante semplicità espositiva nella quale già s’intravedono i segni distintivi della grande scrittrice quale è ora considerata Irène Némirovsky.

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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