Le parole sognate dai pesci, Van de Sfroos

Scritto da: il 22.04.09
Articolo scritto da . Sono una mamma bionica e sono sposata con il marito platonicamente perfetto. Ho una casa senza isolamento acustico e cinque bambini molto rumorosi. Porto i capelli lunghi perché ho solo due mani. Sono nata per scrivere: me lo ripeto soprattutto mentre sconto il sacrificio di montagne di panni da stirare. Cucino discretamente e preparo dosi da battaglione. Ho un sogno nel cassetto: il Varese in serie A. Naturalmente i giocatori saranno tutti figli miei!

Le parole sognate dai pesci - Davide Van de SfroosCos’hanno in comune Lancillotto del Lago, una Magatiroide dagli occhi che paiono schizzarti addosso, un Legionario del sottotetto e tanti altri strampalati personaggi usciti dalla bizzarra penna di Davide Van De Sfroos, al secolo Davide Bernasconi? A parte il fatto di essere stati immortalati in un libricino tascabile della Bompiani che pare uscito da un uovo di Pasqua, Le parole sognate dai pesci, sono tutte figure enigmatiche che in comune hanno il lago – di Como, beninteso – ma non solo: sanno infatti, a modo loro, interpretare il pensiero dei pesci, fino un po’ ad assomigliare a queste strane creature facendo propria la loro… filosofia di vita.

Sembra piuttosto a suo agio il menestrello *laghée nell’insolita veste linguistica manzoniana: in quella della sciacquatura in Arno, s’intende. E può sfoggiare anche una padronanza non comune delle tecniche narrative, anche se è laborioso, a volte, seguire il filo del discorso. Bisogna entrare infatti in quel particolare meccanismo per cui il racconto – spesso e volentieri dominato dal ricordo, ossia dalle ritenzioni – procede per immagini fluide che, come le onde, si generano le une dalle altre, si incrociano e si moltiplicano a non finire. I pensieri si specchiano nell’acqua, si inseguono come flutti, si disegnano come arabeschi e si avvicendano senza tregua con l’espediente della metafora moltiplicata; il che rende estremamente suggestive e dense di eco le pagine, ma anche di tanto in tanto dispersivo – volutamente, ironicamente e di un’ironia ariostesca – il recupero della trama.

Ogni racconto è un ritratto di una vita vissuta con il lago in sottofondo, che ne è l’origine, il passaggio oppure la meta. Il lago assorbe un destino e lo serba indelebile nei pensieri dei suoi pesci: questi, però, non ne tradiscono il segreto, perché non sanno parlare, ma solo ascoltare ed immagazzinare, come un diario sempre aperto per registrare nuova scrittura.

Così un filo invisibile lega i protagonisti alle creature squamate del Lario: ed è un rapporto di reciproca e tacita intesa. I personaggi vivono, del resto, il lago come se il paese ne fosse semplicemente una propaggine, come se la vita, i rumori, gli odori, i sentimenti, il lavoro, il tempo stesso e le stagioni fossero scanditi incessantemente dalle onde. Ed ogni personaggio, ovviamente, possiede un suo simile, un suo parente stretto si direbbe quasi, nella fauna d’acqua dolce.

Una cornice, il primo racconto, inquadra tutti gli altri e ne fornisce il senso. Una storia di apparente pazzia, quella di un meccanico che dopo un certo periodo di ricovero coatto ritorna al paese natìo ritrovando i propri luoghi, gli amici e soprattutto la propria ombra – che, fida, l’aveva sempre aspettato «su una scalinata di sasso, tra la melma secca e le margherite arrampicate» – collega i pezzi del caleidoscopio: riparare i ricordi non è cosa facile, ma bisogna affidarsi ad un professionista.

Dalla sua valigia emergono oggetti fino ad allora dimenticati e che fanno risorgere dal limbo tutto il paese. La sua ombra, quella che sa parlare ai pesci e lo fa in dialetto, gli ha insegnato che **«quell che l’era diventa adéss, e quell che l’è quell che pò vess… ne la parola sugnada dii péss». Perché «l’unda del temp la fa mia prumèss, ma tutt se möev e l’è mai istess… ne la parola sugnada dii péss». Panta Rei in dialetto comasco, insomma, o meglio nella lingua delle onde del lago di Como: ma si badi bene, nell’altro ramo.

Davide van de Sfroos, moderno cantastorie nostrano, fa da anni il tutto esaurito ai concerti con le sue ballate rock in lingua vernacolare. Non credo si debba necessariamente essere creature di lago per capirlo, questo libro. È sicuramente preferibile, però, un’indole predisposta al dialogo con la natura: un animo per così dire goethiano. È un’opera singolare, e così come non è di facile comprensione, potrebbe non risultare nemmeno di immediato gradimento.

Ruvida come il suo autore, potrebbe trasformarti in una carpa alla fine della lettura: per questo sento di doverla sconsigliare decisamente agli impressionabili e a quelli che in cuor loro si sentono branzini.

*il dialetto laghée, ossia il comasco di lago, è una variante del gruppo linguistico del lombardo occidentale. Si veda a questo proposito l’ottima opera di Andrea Rognoni, ”Grammatica dei dialetti della Lombardia”, Mondadori, 2005. Sulla lingua utilizzata dalle ballate di Van De Sfroos nel gennaio del 2003 è stata anche discussa una tesi all’Università Cattolica di Milano.

**«quello che era diventa adesso, e quello che è (diventa) quello che può essere… nella parola sognata dai pesci»;«l’onda del tempo non fa promesse, ma tutto si muove e non è mai la stessa cosa… nella parola sognata dai pesci. »

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  • etnagigante

    Io ogni tanto provo a capirlo mentre canta. Non sempre riesco ma apprezzo lo stile e la musica. A quanto pare devo procurarmi pure le sue parole stampate

  • etnagigante

    Io ogni tanto provo a capirlo mentre canta. Non sempre riesco ma apprezzo lo stile e la musica. A quanto pare devo procurarmi pure le sue parole stampate

  • http://www.bosina.net Bosina

    Caro Etna, te lo consiglio di cuore. Pure io a volte faccio fatica a capirlo, perché il comasco è ancora più ostico del varesotto nonostante il ceppo linguistico insubre sia il medesimo.
    Un caro saluto

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    Caro Etna, te lo consiglio di cuore. Pure io a volte faccio fatica a capirlo, perché il comasco è ancora più ostico del varesotto nonostante il ceppo linguistico insubre sia il medesimo.
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