Le interiorità nascoste: Il principio dell’amore, Brennan

Scritto da: il 08.07.10
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Pochi sono i fatti che accadono in questi sei racconti della bella e sfortunata Maeve Brennan (1917-1993), Il principio dell’amore. Sono essenzialmente costituiti da pensieri, lunghe rievocazioni di episodi anche minimi di un passato il più delle volte tutt’altro che recente. Inoltre, pur non costituendo formalmente dei capitoli di romanzo sono legati tra loro poiché narrano delle vicende dei medesimi personaggi.

Basta un ricordo, una sensazione, un oggetto per dare il via a una lunga regressione – che, in qualche modo e a tratti, fa venir in mente Proust – a situazioni, personaggi, sentimenti che il o la protagonista avevano provato al tempo a cui il pensiero rimanda. E queste digressioni, questi rinvii possono durare anche pagine e pagine scritte in uno stile serrato con pochissimi “a capo”, il che può, in un primo momento spaventare, poiché, al solo vederle così fitte e quasi prive di interruzioni, ragionevolmente si pensa siano di una pesantezza insopportabile.

Proseguendo la lettura, però, ci si accorge sorprendentemente che questo non è vero, si è anzi presi, con ammirazione, catturati dallo stile che è di una chiarezza cristallina. Come la sua freddezza. L’analisi, dettagliata e minimale, delle emozioni, dei sentimenti, della vita coniugale, non lascia adito ad alcun compiacimento o indulgenza da parte dell’autrice che, per amor o dovere di obiettività, scompare. Di fronte a siffatta analisi, non ci si mette molto a comprendere come gli ordinari e banali fatti esteriori, altro non siano che un rassicurante paravento, un pretesto per una quotidiana tranquillità, quasi noiosa, specchio opaco di un’oscura, tacita tumultuosa interiorità.

Ecco allora delinearsi due esistenze (anche se qui sarebbe alquanto forzato parlare di “doppio”): una costituita dai convenzionali, consolidati eventi quotidiani, da abitudini e da consuetudini ormai radicate che scandiscono i giorni; e l’altra, quella costituita da quelle riflessioni, quelle emozioni, quelle sensazioni, quegli inconfessati pensieri a cui più sopra s’è accennato.

Anche se, come si è detto, non si può formalmente parlare di romanzo: gli episodi narrati sembrano troppo slegati, occasionali (non si dimentichi, tra l’altro, che sono stati pubblicati e presumibilmente scritti in epoche diverse), essi, pur tuttavia, trattano delle storie di due coppie sposate: i Derdon (Rose e Hubert) e i Baggot (Delia e Martin); nell’ultimo, quello che dà il titolo alla raccolta, viene raccontatala storia della famiglia di Martin Baggot e l’io “pensante” è l’ormai anziana sorella gemella Min.

Nei primi come nei secondi tre, è possibile individuare una sorta di pattern: vi è un prima un durante e un dopo e con questo “dopo” si deve intendere la morte di uno o di entrambi i coniugi. Questo, sotto il profilo della tecnica narrativa, implica l’uso del punto di vista, altrimenti diverrebbe assai complicato se non impossibile descrivere quelle interiorità nascoste sotto la sottile banalità del quotidiano; interiorità di cui a volte son ignari anche gli stessi personaggi; ma quando ne divengono consapevoli, il dolore, e la reazione possono essere devastanti e far persino tornare in mente il “Teatro della minaccia” di Pinter.

In quest’ultimo – essendo teatro – sono le parole che cercano di riempire (ma in realtà sottolineandolo) un vuoto e e un’incomunicabilità di fondo e fan trasparire inespressi sentimenti che possono anche essere percepiti come “minacciosi”, nella Brennan sono le consuetudini a coprire tutto; tutto procede bene col suo solito tran tran; qui, non essendo teatro, i protagonisti finiscono per non parlarsi, per non proferire altro che quelle banali, convenzionali parole che garantiscono una comunicazione minima; e dove la conoscenza dell’altro può supplire, nemmeno quelle; e non perché i coniugi abbiano motivo di reciproco risentimento e litighino: sullo sfondo di un’Irlanda più cattolica di noi cattolici, poi, neanche pensare a un divorzio: non ce ne sarebbe motivo, dopo tutto: l’amore c’è ancora, non è più quello dei primi tempi ma c’è, diluito nella quotidianità, ma c’è; è il silenzio, forse, che è nuovo, un silenzio terribile e incomprensibile per i protagonisti ma rivelatore per chi legge.

Le opere di valore e chi le scrive, si rimandano – anche e soprattutto involontariamente – l’una con l’altra, l’un con l’altro. Questi racconti di Maeve Brennan non fanno eccezione; oltre ai già citati Proust e Pinter, essi possono far ricordare in qualche modo la famosa poesia The Love Song of J. Alfred Prufrock, di T.S.Eliot (1988-1965) per l’ambiguità della comprensione delle azioni dei personaggi (And would it have been worth it, after all/../If one,…/Should say: “That is not what I meant at all;/That is not it, at all.”) e l’impossibilità di “turbare” il loro universo (Do I dare/Disturb the universe?). Può forse far tornare alla mente, visto che quelle tragedie avvenivano proprio in ambito famigliare, anche Ivy Compton Burnett (1884-1969). Il resto è silenzio, si è detto; un silenzio cui solo la sensibilità e la maestria narrativa e stilistica della Brennan ha saputo dar voce, facendo di lei una grande, bella, e sfortunata scrittrice.

P.S. Perché sfortunata, lo lascio indagare a voi!

carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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