Fin dalla premessa, l’Autore – il monaco Enzo Bianchi (1943), fondatore della comunità di Bose – desidera sottolineare che questo suo libro, Il pane di ieri, non è e non vuole assolutamente essere un rimembrar nostalgico di un passato lontano. Prova ne sia che, solo occasionalmente adopera la prima persona (singolare o plurale): nel raccontare usa per lo più il “si” impersonale. È tuttavia inevitabile che ricordi la propria vita ma il suo desiderio più grande e suo scopo precipuo è ritrovare in quel passato quei comportamenti, quei principi, quegli atteggiamenti quell’umano essere che possono e son senz’altro validi ancor oggi e lo saranno anche in futuro.
Le proprie esperienze di vita – principalmente infantile e adolescenziali – son per Bianchi solamente uno spunto per generalizzarne spiegarne il significato profondo che avevano a quei tempi ma che han permesso a lui e alla sua gente – un paese di campagna del Monferrato – di vivere e affrontare le difficoltà esistenziali con maggior forza d’animo e serenità. Gesti, obsoleti, a cui spesso, troppo spesso, da tempo più non si dà importanza e ai giorni nostri passano quindi pressoché inosservati. Ed ecco, allora, fin dal primo capitolo i pochi essenziali valori che quel mondo rurale si dava: senso del dovere, della misura, la sana diffidenza e capacità di lasciar correre, di tollerare.
E poi il modo in cui si considerava il tempo atmosferico e le sue previsioni che non erano attese in una prospettiva “turistica” ma, in quel mondo contadino assumevano (e, in genere, assumono sempre in quell’ambiente) un’importanza vitale: una grandinata, una tempesta, poteva potar via in pochi minuti un faticoso paziente lavoro di mesi. E per scacciare il maltempo o invocarne di propizio anche il parroco dava il proprio contributo il che, mi ha fatto pensare, a diverse religioni e diversi sacerdoti officianti: il parroco e lo sciamano, ma simili son i riti e medesimi gli scopi.
Bianchi ci mostra cosa volesse dire e quale fonte di serenità fossero il pane e il vino, la vendemmia e il preparare e il condividere una stessa tavola. Le parole “condividere” e “amicizia” ricorrono spesso nel suo raccontare. Significati che, per la maggior parte di noi si son persi; per la maggior parte di noi ora il lavoro impone un pasto frettoloso – che tale non sembra nemmeno essere: è considerato una pausa pranzo – non di rado consumato in mense o ristoranti in solitario anonimato.
E, invece, in quel mondo scandito dal gallo e dai diversi rintocchi delle campane, vero e proprio mezzo di comunicazione di massa che scandiva sì le ore e le faccende della giornata, ma che poteva altresì, chiamare in breve tempo un paese a raccolta, dare un allarme o annunciare un evento lieto o triste; adesso le campane son spesso preregistrate o son state anche indicate come fonte d’inquinamento acustico; la vendemmia e fare il vino e la grappa poi e, con il mosto e la frutta, si preparava la mostarda erano tutte occasioni per stare insieme e condividere poi a tavola. Altra cosa importante: ai suoi tempi si nasceva in casa attorniati dagli affetti domestici. E soprattutto – al contrario d’oggidì – attorniati da quei cari affetti si moriva, alla morte ci si preparava e non si passava all’altro mondo da soli.
Parlando di sé ma in maniera discreta, Enzo Bianchi ci mostra un mondo unito solidale, non solo a parole, ma spontaneamente pronto ad accogliere il prossimo, l’”altro”. Il suo era ed è un mondo di valori di cui sarebbe bene riappropriarsi e far sì diventino usuale pratica quotidiana, poiché si fa presto ad accorgersi che, in fondo, riguardano le cose veramente essenziali della vita. Le cose che contano.
Lascia un Commento