Le cose che contano – Il pane di ieri, Bianchi

Scritto da sfranz alle 05:55 del 16 Aprile 2009

Il pane di ieri - Enzo BianchiFin dalla premessa, l’Autore – il monaco Enzo Bianchi (1943), fondatore della comunità di Bose – desidera sottolineare che questo suo libro, Il pane di ieri, non è e non vuole assolutamente essere un rimembrar nostalgico di un passato lontano. Prova ne sia che, solo occasionalmente adopera la prima persona (singolare o plurale): nel raccontare usa per lo più il “si” impersonale. È tuttavia inevitabile che ricordi la propria vita ma il suo desiderio più grande e suo scopo precipuo è ritrovare in quel passato quei comportamenti, quei principi, quegli atteggiamenti quell’umano essere che possono e son senz’altro validi ancor oggi e lo saranno anche in futuro.

Le proprie esperienze di vita – principalmente infantile e adolescenziali – son per Bianchi solamente uno spunto per generalizzarne spiegarne il significato profondo che avevano a quei tempi ma che han permesso a lui e alla sua gente – un paese di campagna del Monferrato – di vivere e affrontare le difficoltà esistenziali con maggior forza d’animo e serenità. Gesti, obsoleti, a cui spesso, troppo spesso, da tempo più non si dà importanza e ai giorni nostri passano quindi pressoché inosservati. Ed ecco, allora, fin dal primo capitolo i pochi essenziali valori che quel mondo rurale si dava: senso del dovere, della misura, la sana diffidenza e capacità di lasciar correre, di tollerare.

E poi il modo in cui si considerava il tempo atmosferico e le sue previsioni che non erano attese in una prospettiva “turistica” ma, in quel mondo contadino assumevano (e, in genere, assumono sempre in quell’ambiente) un’importanza vitale: una grandinata, una tempesta, poteva potar via in pochi minuti un faticoso paziente lavoro di mesi. E per scacciare il maltempo o invocarne di propizio anche il parroco dava il proprio contributo il che, mi ha fatto pensare, a diverse religioni e diversi sacerdoti officianti: il parroco e lo sciamano, ma simili son i riti e medesimi gli scopi.

Bianchi ci mostra cosa volesse dire e quale fonte di serenità fossero il pane e il vino, la vendemmia e il preparare e il condividere una stessa tavola. Le parole “condividere” e “amicizia” ricorrono spesso nel suo raccontare. Significati che, per la maggior parte di noi si son persi; per la maggior parte di noi ora il lavoro impone un pasto frettoloso – che tale non sembra nemmeno essere: è considerato una pausa pranzo – non di rado consumato in mense o ristoranti in solitario anonimato.

E, invece, in quel mondo scandito dal gallo e dai diversi rintocchi delle campane, vero e proprio mezzo di comunicazione di massa che scandiva sì le ore e le faccende della giornata, ma che poteva altresì, chiamare in breve tempo un paese a raccolta, dare un allarme o annunciare un evento lieto o triste; adesso le campane son spesso preregistrate o son state anche indicate come fonte d’inquinamento acustico; la vendemmia e fare il vino e la grappa poi e, con il mosto e la frutta, si preparava la mostarda erano tutte occasioni per stare insieme e condividere poi a tavola. Altra cosa importante: ai suoi tempi si nasceva in casa attorniati dagli affetti domestici. E soprattutto – al contrario d’oggidì – attorniati da quei cari affetti si moriva, alla morte ci si preparava e non si passava all’altro mondo da soli.

Parlando di sé ma in maniera discreta, Enzo Bianchi ci mostra un mondo unito solidale, non solo a parole, ma spontaneamente pronto ad accogliere il prossimo, l’”altro”. Il suo era ed è un mondo di valori di cui sarebbe bene riappropriarsi e far sì diventino usuale pratica quotidiana, poiché si fa presto ad accorgersi che, in fondo, riguardano le cose veramente essenziali della vita. Le cose che contano.

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l'autore di questo articolo è sfranz. Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio. (Scrivi all'autore).

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