La trilogia della città di K, Kristof

Scritto da: il 22.07.09
Articolo scritto da . Classe 1975, appartengo a coloro che stanno assistendo impotenti al ritorno degli anni ottanta, sapendo che prima o poi ricompariranno anche loro, le odiate spalline. Nelle mie giornate di almeno 28 ore l'una amministro un'azienda per lavoro, un forum di viaggi per passione, e una famiglia per amore, composta da un altro membro umano, mio marito, e due felini. In tutto questo leggo, sempre e dovunque perché senza libri non potrei vivere. Scrivo, perché è un puro piacere farlo. Viaggio, perché solo con la fantasia non mi basta.

Trilogia della città di K - Agota KristovÈ l’evanescente città di K a fare da filo conduttore ai tre libri che compongono l’opera-capolavoro della scrittrice ungherese Agota Kristof, proposta da Einaudi in un’edizione con una copertina accattivante e molto adatta ai contenuti cupi dello scritto: La trilogia della città di K. Di K. Sappiamo solo che si trova in un paese dell’Europa dell’est, sprofondato in una guerra che già dalla prime pagine pare trascinarsi da sempre.

La collocazione geografica, come quella temporale, appaiono quindi incerte: quando entrano in campo i primi personaggi, volutamente irreali, si ha la sensazione di affrontare qualcosa di diverso da un comune romanzo. Ricorda più da vicino una favola, come osserva con arguzia il curatore dell’edizione Einaudi in copertina: una fiaba cruda, spietata, riservata rigorosamente a un pubblico adulto.

Il grande quaderno inizia proprio come molte favole, con un abbandono. Due gemelli vengono lasciati da una madre disperata presso la nonna che si rivela essere una vecchia megera (parlavamo di fiabe, ricordate?) dura e spregevole.

Eppure Klaus e Lucas, questo il nome dei due bambini, non hanno nulla della consueta fragilità dell’infanzia: aggirandosi come esseri inquieti nel paese in guerra, appaiono come impersonali e cinici osservatori di quanto avviene attorno a loro, senza sembrarne all’apparenza toccati. Anzi, come intransigenti narratori sono proprio loro a a raccontarci con adulto distacco la cupa disperazione e la miseria che li circondano. Essi annotano molte cose in un grande quaderno che tengono nascosto da qualche parte, nella catapecchia della nonna.

Il lettore fa fatica a considerare i due gemelli come personalità distinte perché l’autrice volutamente li fa muovere come un’unica entità osservatrice, come due occhi su un unico volto hanno lo stesso punto di vista: quando alla fine del primo libro prenderanno due strade diverse, separando i loro destini si separerà anche, di conseguenza, il corso della trama.

Tutto quello che lo sguardo di Klaus e Lucas ha trasmesso nel Grande Quaderno cambia radicalmente approccio nel corso della Prova e di nuovo, con sorprendente cambio di prospettiva, nella Terza menzogna, titolo evocativo di cosa possiamo aspettarci. Nel libro di chiusura, il migliore, i due gemelli vestono sé stessi di nuovi significati ribaltando completamente il senso di quando appreso nei primi due capitoli della trilogia.

Il dubbio viene che ci sia qualcosa dietro di più la semplice storia (raccontata, per altro, con uno stile nudo e crudo, senza nascondere dietro nessun sipario ogni immagine cruenta che la disperazione porta nella vita dei vari personaggi), perché non è lineare. Cambia sé stessa così tante volte che alla fine non si sa quale porta si aprirà girando pagina, qual è la vera linea narrativa scelta da Agota Kristof.

Il libro suscita grande tensione narrativa, ma anche ammirato stupore per ciò che certi autori riescono a comunicare e a fare giocando con le parole. Alla fine non possiamo essere certi che Klaus e Lucas siano esistiti davvero, neanche nel mondo irreale (e surreale) della città di K. Potrebbero essere figure allegoriche, strumenti per tenere in piedi una denuncia lunga e dolorosa della guerra che si traveste da racconto. In tutto questo la città di K potrebbe essere la metafora dell’intera Europa ma beninteso, questa è un’interpretazione assolutamente personale di un’opera che si presta a molteplici chiavi di lettura.

Io consiglio questo libro a tutti coloro che amano sorprendersi dietro a storie raccontate in chiave alternativa, che finiscono andando a parare molto lontano da dove sono iniziate.

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  • Memy

    Sì sì, lo consiglio pure io, bellissimo romanzo, di quelli da divorare
    E complimenti a Only che si è cimentata della recensione non facile di un libro come questo.

  • Memy

    Sì sì, lo consiglio pure io, bellissimo romanzo, di quelli da divorare
    E complimenti a Only che si è cimentata della recensione non facile di un libro come questo.

  • Only

    @ Memy:

    Grazie, a me è rimasto nel cuore. E pensare che l’avevo iniziato con il timore che fosse un polpettone..l’ho polverizzato in pochi giorni e ancora, più e più volte…^^

  • Only

    @ Memy:

    Grazie, a me è rimasto nel cuore. E pensare che l’avevo iniziato con il timore che fosse un polpettone..l’ho polverizzato in pochi giorni e ancora, più e più volte…^^

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