La serva padrona: La porta, Szabò

Scritto da: il 13.05.10
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Magda Szabò – ungherese 1917-2007 – non può dirsi una scrittrice molto conosciuta qui in Italia. Eppure, proprio nell’anno della sua scomparsa ha vinto il premio Mondello per il miglior romanzo straniero. Eppure, cercando in rete, si vede che anche piccole case editrici l’han tradotta e pubblicata.

Il questo La porta del 1987, è raccontato lo strano e tormentato rapporto tra una coppia di scrittori, lei in particolare (che ne è anche la narratrice), e un’anziana, abile e infaticabile colf (oggi la si chiama così) a dir poco originale che risponde al nome di Emerenc Szeredàs. È la quotidiana graduale scoperta dell’altro. Due caratteri. due esistenze che son l’una l’opposto dell’altra.

Chi racconta, intellettuale, colta, scrittrice che vive in un mondo tutto sommato comodo, ovattato, mondano e la sua colf, del tutto anti-intellettuale, che come maestri ha avuto soltanto le proprie dolorose esperienze di vita che l’han resa diffidente, orgogliosa, autoritaria, scettica, individualista e, nonostante tutto, capace di grandi gesti di generosità e, diciamo pure, d’amore senza smancerie o espressioni melodrammatiche: solo i fatti, quelli che contano, dopo tutto. Le arrabbiature, gli scontri con la sua “datrice di lavoro” o tra quest’ultima e lei, sono anche forti e possono arrivare a sembrare rotture definitive ma poi…

Questo non è soltanto, come si è detto, il racconto della graduale scoperta dell’altro ma è anche la descrizione dell’altrettanto graduale pervadere la vita dell’uno da parte dell’altro fino a dominarla. Emerenc Szeredàs è una colf, una portinaia, una serva che diventa padrona, non solo nei confronti di chi l’ha assunta ma, addirittura – in una qualche misura – di chiunque l’abbia conosciuta e, poco o tanto, frequentata. Alla fine dopo la sua morte, per gli abitanti della via dov’era vissuta, essa diventa una figura pressoché mitica.

Ma, prima di essere tale, deve passare tra le forche caudine della malattia e del degrado più umiliante che – nell’orgoglioso tentativo di tener nascosto – lo rende ancora più avvilente e mortificante; fosse stata più ragionevole e meno testardamente orgogliosa, oltre che dare, avesse avuto la capacità di chiedere aiuto nel momento del suo bisogno (cosa nient’affatto degradante), tante sofferenze, tanti smacchi li avrebbe potuti, se non evitare, per lo meno affrontare con animo più sereno.

Nelle ultime pagine, a funerali avvenuti quando si tirano le somme dei fatti accaduti, è possibile intravvedere una sorta di metafora evangelica: chi viveva nella miseria eppure, a suo modo, aiutava e faceva del bene, chi era destinato a raccontare ed essere in qualche modo l’erede di tutto ciò, e, persino, chi fa la parte del traditore che, in questo caso, non si suicida, ma viene biasimato e isolato da tutti, volontariamente isolandosi a sua volta.

Il tutto circondato all’inizio ma anche alla fine da un simbolo del mistero: una porta, oltre la quale non si sa cosa ci sia. Lo si può, forse, solo supporre.

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