La principessa di ghiaccio, Lackberg

Scritto da: il 12.05.10
Articolo scritto da . Classe 1975, appartengo a coloro che stanno assistendo impotenti al ritorno degli anni ottanta, sapendo che prima o poi ricompariranno anche loro, le odiate spalline. Nelle mie giornate di almeno 28 ore l'una amministro un'azienda per lavoro, un forum di viaggi per passione, e una famiglia per amore, composta da un altro membro umano, mio marito, e due felini. In tutto questo leggo, sempre e dovunque perché senza libri non potrei vivere. Scrivo, perché è un puro piacere farlo. Viaggio, perché solo con la fantasia non mi basta.

principessa di ghiaccioCon la Principessa di ghiaccio si conferma il momento d’oro della letteratura gialla scandinava: trascinati dal successo di Stieg Larsson e della sua Millenium Trilogy molti meritevoli autori stanno trovando la strada per le traduzioni internazionali e così è successo anche a Camilla Lackberg, di cui la Marsilio editore ha pubblicato pochi mesi fa il primo romanzo della serie incentrata su Erica Falck.

La protagonista, giovane scrittrice di biografie, dopo la morte improvvisa dei genitori torna nella loro casa nel villaggio di Fjallbacka per sistemarla e, a suo malincuore, forse venderla.

Un brutto fatto scuote il piccolo borgo dall’indolenza invernale: in una delle tante villette vicino al mare solitamente popolate solo d’estate viene ritrovato il corpo senza vita di una giovane donna. Si sospetta il suicidio, perché il cadavere viene rinvenuto in una vasca piena di acqua gelida con i polsi tagliati; l’evento scuote la cittadina, perché la morta non è una forestiera, ma “una di loro”. Per Erica è anche qualcosa di più: è la più cara amica d’infanzia, colei che un giorno, inspiegabilmente, l’ha chiusa fuori dalla sua vita lasciandola a tormentarsi su cosa potesse aver mai fatto per meritarselo.

La ragazza vuole vederci chiaro sulla morte di Alexandra, non solo perché non convinta dalla tesi del suicidio. Finalmente ha l’idea per una storia tutta sua: a metà strada tra biografia e romanzo, la vita di Alex è lì che aspetta di essere raccontata e la sua vecchia amica inizia a indagare, sospesa tra il desiderio di giustizia e un latente senso di colpa per quello che si appresta a fare…

In parte sicuramente per aiutarne il lancio, la Lackberg è stata paragonata a Stieg Larsson e ad Agatha Christie. Sul primo non mi pronuncio, ma come fan della grande scrittrice inglese non vedo poi così tanti punti in comune. È vero che l’autrice moderna usa alcuni canoni propri del classico giallo d’oltremanica, come l’ambientazione ristretta (il piccolo villaggio di Fjallbacka, scelto nel suo momento di torpore invernale, con gli abitanti ridotti a poche manciate di individui) e il numero di fatto esiguo di possibili sospettati. Eppure qua finisce dove secondo me la Lackberg attinge a quanto scritto nel secolo scorso.

I gialli della grande dame britannica sono libri di forse duecento pagine che si leggono spensieratamente in un paio d’ore: l’attenzione rimane costantemente concentrata sul delitto, è concessa forse una storia d’amore tratteggiata senza troppa dovizia di particolari. Niente deve distrarre davvero il lettore dalla elucubrazioni mentali dell’investigatore.

Il romanzo della giovane autrice scandinava è in questo senso molto moderno: la vicenda gialla rimane il filone principale del romanzo è chiaro, altrimenti non staremmo qui a definirlo thriller, ma ad essa si intrecciano tante altre storie, tanto che ne esce un libro bello poderoso. L’andazzo è preso anche dai moderni autori britannici, e nessuno di questi libri che supera abbondantemente le 400 pagine si legge in un pomeriggio, a meno che non abbiate qualche super potere.

Nella Principessa di ghiaccio si dedica ampio spazio a episodi che non hanno niente a che fare con la trama gialla ma hanno come unico scopo quello di riempire di sfaccettature i vari personaggi, visto che l’approfondimento psicologico massiccio non riguarda solo la protagonista del libro. Un approccio come questo non ha molto a che vedere con i personaggi un po’ stereotipati del classico giallo del novecento, la cui unica funzione era di far procedere l’indagine e dare il congruo mazzo di possibili sospetti al detective di turno.

Personalmente adoro il rompicapo alla Christie, ma trovo molto intrigante anche questo modo di scrivere thriller nel ventunesimo secolo: è per questo che vi consiglio caldamente il libro di Camilla Lackberg. Insieme a molti suoi compagni di avventure pubblicati negli ultimi anni svecchia un genere, quello del giallo nord Europeo, che rischiava di finire in soffitta per far posto solo ai violenti gialli americani… per carità, non ho niente contro di loro, ma credo che da questa sponda dell’oceano possiamo dire al riguardo la nostra senza vergogna anzi, con un tocco di eleganza in più.

  • http://xoomer.virgilio.it/franzato/ Sfranz

    Che lo scrivere romanzi molto lunghi non abbia a che fare col contratto editoriale? Ch’io mi ricordi gli americani vanno a numero di parole. O sbaglio?

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    Che lo scrivere romanzi molto lunghi non abbia a che fare col contratto editoriale? Ch’io mi ricordi gli americani vanno a numero di parole. O sbaglio?

  • Only

    @ Sfranz:

    Alcuni contratti in USA sì, hai ragione, ho letto qualcosa del genere anche in alcuni romanzi. Però ammetto di non aver mai sentito niente del genere in Europa…ma forse mi sbaglio.

  • Only

    @ Sfranz:

    Alcuni contratti in USA sì, hai ragione, ho letto qualcosa del genere anche in alcuni romanzi. Però ammetto di non aver mai sentito niente del genere in Europa…ma forse mi sbaglio.

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    @ Only:
    Che vadano a numero di parole spiegherebbero quei libri intorno in media alle 500 pagine di King ma anche di altri autori di Best Seller di cui probabilmente per questo motivo diffido; temo che per ragioni di profitto gonfino di parole una storia che potrebbe essere raccontata con molte meno

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    @ Only:
    Che vadano a numero di parole spiegherebbero quei libri intorno in media alle 500 pagine di King ma anche di altri autori di Best Seller di cui probabilmente per questo motivo diffido; temo che per ragioni di profitto gonfino di parole una storia che potrebbe essere raccontata con molte meno

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