La principessa del deserto di mezzo, Skif

Scritto da: il 29.07.09
Articolo scritto da . Marzia, vent'anni, studentessa di Letterature europee moderne. Ha acquisito il senso dell'orientamento contemporaneamente a quello critico grazie all'Università La Sapienza. Londinese in una presunta vita precedente. Lettrice, scribacchina e blogger. Se credesse nel Paradiso, lo vorrebbe come quello dei sogni di Virginia Wolf.

La principessa del deserto di mezzo - Hamid SkifHamid Skif non è un dilettante. Esordisce a vent’anni e non manca di riconfermarsi, come prosatore e non poeta o giornalista questa volta, una voce importante e singolare nel panorama algerino. In ogni sua sfaccettatura, Skif conosce l’importanza della parola, della libertà d’espressione. Combatte senza sosta perché non si dimentichi mai la sua importanza, e lo fa raccontando le sue storie.

La principessa del deserto di mezzo ne contiene tante, ci sfuggono davanti agli occhi, leggere, tra amori profondi come una pozzanghera e cani bastonati fino alla morte. Però (e che però!), dietro parabole surreali-tropporeali e desideri conturbanti che ci trascinano nella miseria umana si nasconde, in guardia e sull’attenti, la verità dell’uomo che non è libero.

Zembreto nasce col destino già segnato dalla sua genia, o almeno così dice – a smentirlo è un pony dal passato ambiguo, talvolta imbarazzante, fedele al suo compagno più che a ogni altra asinella. Zembreto è il clown che manca nel titolo scelto dalle Edizioni Spartaco, che invece lascia da subito ampio respiro alla figura – mistica e forte della sua bellezza – della sovrana del deserto di mezzo, così viziata e viziosa da poterla definire ninfomane.

Per amore, e solo per amore, Zembreto accetta di vagare nel mondo inventandosi sempre un nuovo ruolo per accalappiare e consegnarle seducenti giovani talvolta abili nella lotta, talvolta nella parola. Lei come una mantide ne divora il succo e li getta via, con scuse sempre nuove, non cadendo mai in fallo. Non innamorandosi mai perdutamente.

I personaggi si scalzano quindi l’un l’altro nel disperato bisogno di raccontarsi, ora, o di farsi raccontare. Per ricordarsi di esistere, farsi conoscere. Non a caso il narratore è un apprendista cantastorie che quando non descrive inventa e viceversa, ma che sempre lotta per dare un senso e un valore al suo parlare. Così mentre l’intreccio narrativo si sdoppia e si snoda, a governare il deserto sale un dittatore che, con l’aiuto degli arricchiti e degli assetati di ricchezza, promette meraviglie ad ogni uomo lasciando disattese le promesse e crogiolandosi nel fanatismo.

Selma, splendida principessa regnante, soccombe al teologo folle di ambizione e gli regala il regno quasi per gioco, e anche il cuore – per sbaglio. Solimano, tenendosi per sé quella carta vincente che è l’amore della sua consorte, semina il panico nella sua terra con la pretesa di adeguare la popolazione ai suoi orari e ai suoi bisogni, alle sue manie e alle sue paure, eliminando le mosche, i cani, anche le donne.

Selma si lascia umiliare ogni giorno, non teme la morte ma soffre per sé e per il suo popolo che ora è schiacciato da una sua mancanza. Ma una donna innamorata non può fermare l’impeto di follia del proprio amante, anche se non ha perduto il senno, ha perduto le forze. A fermarlo può pensarci forse solo un altro uomo. Non per saggezza, ma per amore.

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    questa cosa dei cani mi piace

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  • http://liblog.blogdo.net Livia

    Massimo, permettimi, un’uscita così inelegante da te non me l’aspettavo ;)

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    livia, cara, cos’è mai l’eleganza?; tu spandi melassa a camionate sui cani, lascia ch’io stilli poche gocce di fiele che male ti fo?: s’affogano in quel mare…

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