La maledizione del sommo poeta, Calvisi

Scritto da: il 26.04.10
Articolo scritto da . Io sono Livia, classe 1980, e ho un problema con la lettura: leggo sempre, leggo tutto, leggo troppo. Ho contratto questo morbo da bambina, ma non esistendo un vaccino si è cronicizzato. Ho letto anche per lavoro, all'interno di una casa editrice. Credo che leggere sia sempre un bene, e che ci sia il libro "giusto" per ogni persona. E questo è ciò che voglio fare per gli altri internauti: metterli in contatto col libro che li sta aspettando. In alternativa la gestione di questa gabbia di matti mi aiuterà per quando diventerò imperatrice del mondo, supportata da Leto e Minerva.

maledizione del sommo poetaCapita a tutti di sognare di lasciare un segno nella vita, di pensare che un giorno il proprio nome sarà famoso per una scoperta, un’invenzione, un’opera d’ingegno. Probabilmente il sogno più diffuso – e anche quello più a buon mercato – è quello di diventare scrittori famosi: mentre per fare una scoperta medica ci vogliono decenni di ricerca si suppone che la scrittura sia un’arte infusa, e ognuno pensa di possederla.

Angelo Calvisi, in veste di personaggio (oltre che di autore) vuole lasciare questo tipo di segno, istigato da Happy Days e Dante Alighieri, nel suo romanzo La maledizione del sommo poeta, seconda parte di una trilogia iniziata con Il geometra sbagliato e finita con Il principe di persia.

Tutto inizia dalla sua supplente, al liceo, una che ha l’aspetto della “fidanzata di Richie Cunningham” e che pone domande scomode sul senso della vita. Questo scatena nella mente del protagonista un’ossessione che non lo lascerà più, una sorta di anatema che lo costringe a misurarsi sempre con obiettivi fuori scala e ritrovarsi quasi immobile, incapace di affrontare la più banale quotidianità.

Più che di maledizione, però, io parlerei di persecuzione: il sommo poeta è sempre lì, ogni giorno della sua vita, a ricordargli i fallimenti, a fargli da monito, a intralciare la sua vita con piccoli dispetti: apre il giornale e lui si annida lì, mettendogli sotto il naso il successo dell’amico che pubblica a tutto spiano; si diverte a prenderlo in giro facendo le scenette più inverosimili, fumando canne o dondolando sui lampadari.

Il romanzo non è altro che un diario del protagonista, slegato e sconnesso come un delirio, i pensieri disordinati di una persona instabile, quale in effetti è. Circondato da personaggi altrettanto stravaganti, genitori ingombranti, amici invadenti e comparse di ogni tipo, compresi Giulio Mozzi e Tiziano Scarpa, ci racconta il crescendo di ossessioni che si dipana in soli tre giorni nella sua mente.

La scrittura riflette esattamente lo sviluppo della trama, facendosi carico delle pazzie e delle ossessioni, ricalcando tic tipicamente verbali e abitudini della lingua parlata. La brevità rende questo stile perfettamente godibile, coi suoi picchi di ironia e follia alternati.

Per tutti quelli che hanno sognato almeno una volta di cingersi la testa di alloro e di scrivere il romanzo che avrebbe cambiato il mondo, il libro giusto per ripensare un po’ ai propri obiettivi.

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