La fine dei giorni, De Roma

Scritto da: il 24.06.09
Articolo scritto da . Marzia, vent'anni, studentessa di Letterature europee moderne. Ha acquisito il senso dell'orientamento contemporaneamente a quello critico grazie all'Università La Sapienza. Londinese in una presunta vita precedente. Lettrice, scribacchina e blogger. Se credesse nel Paradiso, lo vorrebbe come quello dei sogni di Virginia Wolf.

La fine dei giorni – Alessandro De RomaAlessandro De Roma scrive bene, e questo è già un buon motivo per comprare i suoi libri. Lo so io e lo sapete anche voi che oggi non è così scontato che una pubblicazione abbia dietro un bravo autore, o dentro una buona storia. La fine dei giorni è una buona storia, De Roma si conferma un talento.

A Torino gli uomini sono morti dentro, privi di memoria ripetono gesti metodici radicati dal tempo nelle loro giornate fino a perdersi, definitivamente. La Torino apocalittica che De Roma descrive è in un futuro così simile al nostro presente da risultare pressante. L’inquietudine dell’ambiente che si asciuga intorno al protagonista è insopportabile, l’uomo dimentica la sua condizione di uomo e si abbandona alla strada. Ceresa Giovanni, tristemente definibile un poveraccio, si aggrappa a quel che gli resta e pavido si fa avanti poco alla volta. Tiene un diario, per non dimenticare che il mondo intorno sta sparendo e lui con esso. Un prezioso diario di bordo in un viaggio che mette i brividi.

Gli uomini tornano in strada e vivono in gruppi, o soli, a spese del prossimo. Lo attaccano come animali inferociti, ciechi di rabbia, senza coscienza del loro status in regressione. Ceresa viene sfiorato dalla malattia, osserva gli altri esserne travolti e sceglie come via di fuga un discreto e continuo annotarsi avvenimenti, luoghi, dialoghi. Per il terrore, un giorno, di dimenticare anche lui la strada di casa, il proprio nome, o il bisogno di mangiare. Perché nessuno sa quanto si prende di te la malattia, se dopo la ragione ti prosciuga anche l’istinto.

Oltre i confini territoriali va tutto bene, ragazzi francesi guidano di notte fino a Sanremo per prendersi gioco di questi italiani che vivono il giorno del giudizio. Ma chi punta il dito contro la società, e con che scopo? Chi o cosa è responsabile di quest’epidemia? E soprattutto, cosa ne sarà dei sopravvissuti, se ce ne saranno?

Nella guerriglia urbana che imperversa in città, Giovanni Ceresa cerca una risposta agli avvenimenti, al suo passato e alle domande sul proprio futuro. A dargli il coraggio di muoversi è solo la paura, un controsenso logico quando vedi gli uomini impazzire, sparire e sai che quella è la fine che ti aspetta. La tua fine, che coincide con “La fine dei giorni” che conosci, che puoi contare. Domani potresti non saperlo fare più. Domani, potresti svegliarti e aver perso per sempre il senso del tempo.

In questo classico esempio di distopia, Alessandro De Roma parla di dimenticanza. Ma non verrà dimenticato.

  • elio

    *_* da comprare!

  • elio

    *_* da comprare!

  • francesca

    Grazie Marzia per la recensione, stavo giusto cercando qualcosa da leggere :)

  • francesca

    Grazie Marzia per la recensione, stavo giusto cercando qualcosa da leggere :)

  • Only

    Complimenti per la recensione, che è davvero ben fatta. Però la storia raccontata da De Roma ha, almeno nell’esordio, molti punti in comune con “io sono Leggenda” di Matheson. Anche qui, un uomo da solo in un mondo che affronta un’epidemia (in quel caso, vampiresca) che per qualche oscuro motivo non lo tocca annota le sue riflessioni sulla sua condizione, che lo rende unico. E quindi braccato da tutti gli altri, che sono regrediti a uno stato bestiale.
    Ma del resto il libro di Matheson, del 1954, ha fatto da apripista a molti altri, ce ne si accorge leggendolo tardi (e quindi dopo molti libri) come è successo a me.

  • Only

    Complimenti per la recensione, che è davvero ben fatta. Però la storia raccontata da De Roma ha, almeno nell’esordio, molti punti in comune con “io sono Leggenda” di Matheson. Anche qui, un uomo da solo in un mondo che affronta un’epidemia (in quel caso, vampiresca) che per qualche oscuro motivo non lo tocca annota le sue riflessioni sulla sua condizione, che lo rende unico. E quindi braccato da tutti gli altri, che sono regrediti a uno stato bestiale.
    Ma del resto il libro di Matheson, del 1954, ha fatto da apripista a molti altri, ce ne si accorge leggendolo tardi (e quindi dopo molti libri) come è successo a me.

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