La commedia umana, Saroyan

Scritto da: il 12.09.08
Articolo scritto da . Nato un lunedì di più di mezzo secolo fa a Padova, con usi e costumi veneziani e, mi fu detto, con qualche goccia di sangue ungherese da parte di un bis bis materno, mi guadagno da vivere cercando di insegnare Inglese agli studenti di una scuola media della mia città, Mestre, dove vivo da quando son ritornato da Padova dopo esser nato (con un'iniziale quinquennale parentesi al Lido di Venezia dalla nonna). Prendendo a prestito l'incipit dei "Memoirs" di un mio illustre concittadino di due secoli fa - Carlo Goldoni - posso con certezza affermare che, ancor di più della sua, "ma vie n'est pas importante"; io sono quello che scrivo: il resto è amleticamente silenzio.

Copertina @Marcos Y MarcosSul quotidiano della mia città del 31 agosto trovo due colonnine che ricordano che in questo stesso giorno un secolo fa a Fresno in California nasceva lo scrittore di origine armena William Saroyan (1908-1981). Con la mente torno subito alle medie perché a farci leggere in classe il suo più noto romanzo, La commedia umana, fu la mia prof. di lettere.

Sul giornale gli articoli che raccontano la vincita del Campiello da parte di un’esordiente (complimenti vivissimi) e le interviste ai vincitori delle scorse edizioni li leggerò in un altro momento, adesso leggo le colonnine su Saroyan che un premio importante, il Pulitzer, lo vinse anche lui nel 1940 per il dramma scritto l’anno precedente The Time of Your Life.

Ma è nel ’42 che in soli undici giorni scrive La commedia umana prendendo il titolo da Balzac, libro che oggi verrebbe definito “di formazione” perché narra delle quotidiane esistenze di due fratelli in una piccola città californiana dai significativi nomi di – rispettivamente – Ulisse, Omero e Ithaca.

Ulisse è un bambino di quattro anni che esplora il mondo con la curiosità e la meraviglia tipiche di quell’età. Omero un adolescente che, per aiutare la famiglia a sbarcare il lunario, dopo la scuola fa il fattorino all’ufficio postale e porta per le case i telegrammi che in quegli anni non sono sempre per non dire quasi mai di felicitazioni o congratulazioni.

Il mittente è spesso il Ministero della Difesa che deve comunicare alle famiglie il decesso di un parente in un fronte oltreoceano poco sentito e compreso in una nazione che di guerre nel proprio territorio, in confronto alla vecchia Europa, può vantarsi di averne viste poche.

Un gesto semplice come il suonare il campanello di una casa in cui si sta festeggiando il compleanno di una madre che per un anno ancora è riuscita a strappare la propria esistenza al ricordo e alla quale Omero col suo telegramma farà sapere che il figlio per lei un ricordo d’ora in poi lo dovrà esser sempre.

Ma lui che colpa ne ha? È solo un fattorino! E poi ci può essere sempre un errore! Sono queste le esperienze che lo formeranno e, con lui anche in altra maniera e misura il fratellino Ulisse e tanti altri personaggi del romanzo. Finché un giorno…

È l’America non necessariamente della povera gente ma della gente tutti i giorni, degli umili che accettano “l’universo”, come l’aveva accettato Saroyan, erroneamente catalogato come uno degli autori che dopo la Grande Depressione del ’29 per una decina d’anni aveva prodotto una narrativa di denuncia sociale e protestataria. Non era questa che interessava Saroyan.

Né interessavano questioni narratologiche formali (struttura del racconto, snodarsi logico della trama, caratterizzazione psicologico dei personaggi ecc.); per tutta la vita il suo interesse primario se non unico è stato l’uomo e la concreta umana esperienza la cui descrizione ha sempre preso spunto dal proprio personale vissuto: anche lui, per esempio come l’Omero del romanzo, ha lavorato in un ufficio postale.

E il risultato non è una sorta di noioso diario, ma un modo di guardare all’uomo e descriverne le vicende che è stato definito lirico anziché narrativo nel senso stretto della parola. ? questa la chiave di lettura che ce lo fa comprendere ed apprezzare al meglio.

Chi lo presentò in Italia nel ’40 fu Elio Vittorini che tradusse e curò un’antologia dei suoi primi racconti (tra il 1934 e il 1939, Saroyan ne scrisse ben nove raccolte) intitolata Che ve ne sembra dell’America? La commedia umana – vedo dal libro in mio possesso – comparve in italia nel 1949.

Da tanto non la vedo in libreria e sarebbe bene qualche editore si decidesse a ristamparla, magari con una nuova presentazione. Perché quei valori e quelle emozioni che suggerisce e descrive valgono anche e forse più al giorno d’oggi. Anche ai tempi dei computer e delle esplorazioni spaziali.

Quella provincia americana dei semplici e degli umili che ancora esiste e che, raccontata come la sa raccontare Saroyan, merita e riceve il premio di diventare Letteratura.

  • http://liblog.bloglist.it/ Caym, alias Livia

    In realtà lo ha ristampato di recente Marcos Y Marcos, e sembra una bella edizione.

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    In realtà lo ha ristampato di recente Marcos Y Marcos, e sembra una bella edizione.

  • http://digilander.libero.it/SFranz/ SFranz

    Non me ne ero accorto o non mi pare di averlo visto in libreria (e vado sempre alla Feltrinelli libri & usica) anche se la copertina non mi sembra nuova.. Grazie comunque. Hai anche visto per caso “Che ve ne sembra dell’America?”

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    Non me ne ero accorto o non mi pare di averlo visto in libreria (e vado sempre alla Feltrinelli libri & usica) anche se la copertina non mi sembra nuova.. Grazie comunque. Hai anche visto per caso “Che ve ne sembra dell’America?”

  • http://liblog.bloglist.it/ Caym, alias Livia

    No, mi sembra di no, ma terrò gli occhi aperti.

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    No, mi sembra di no, ma terrò gli occhi aperti.

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